Il ponte delle spie, di Steven Spielberg

Il passeggero

Dell’esistenza eroica dell’assicuratore James B. Donovan veniamo a conoscenza alla fine del film di cui è protagonista: mentre l’avvocato interpretato da Tom Hanks prende il tram tra la folla, dei cartelli sull’immagine ci informano di quanto per il resto della sua vita l’uomo sarà in grado di mettere la sua abilità di negoziatore al servizio della liberazione di migliaia di americani tenuti prigionieri in giro per il mondo. Eppure lo vediamo lì, seduto tra la gente, come un passeggero comune; solo una signora ne riconosce il volto sul trafiletto del giornale che sta leggendo, e gli sorride. Qualche tempo prima, quando Donovan si era incaponito a difendere al meglio delle sue capacità una spia russa arrestata a Brooklyn, la stessa signora sullo stesso tram gli aveva lanciato un’occhiataccia colma di odio e di ribrezzo per lo spirito antiamericano dimostrato dall’avvocato.
Il senso de Il ponte delle spie sta, ancora una volta, tutto in questo passaggio tom-hanks-il-ponte-delle-spiedella frontiera che l’uomo compie per trasformarmi in eroe, in icona mondata di ogni peccato. In questo è un film profondamente fordiano, in maniera tanto commovente quanto lo era già War Horse: infatti, tornato a casa dopo la sua incredibile avventura berlinese, Donovan attraversa la soglia di soppiatto e sale al piano di sopra per addormentarsi sul letto, ancora vestito, proprio mentre la moglie ne scopre davanti alla tv le pirotecniche gesta narrate dal tg.
E’ un istante in cui la poetica alla base del cinema americano si rinnova con un calore e una passione contagiosi – è probabile, anzi, che il senso di tutta la storia del cinema, e dell’opera di Spielberg, sia interamente contenuto in quel barattolo di marmellata preso dal negozio di Harrods dietro l’angolo di casa che Donovan riporta alla consorte come souvenir del weekend passato “a pescare il salmone”.

Divisi a Berlino

Dal finestrino del suo tram, che è dunque come la carrozza di Lincoln in quella magnifica sequenza del giorno dei festeggiamenti, Donovan osserva dei ragazzini scavalcare il muretto tra due abitazioni, e non può non sobbalzare al ricordo improvviso di un altro muro, quello che ha visto tirare su e utilizzare come confine di morte.
Siamo ancora una volta al cospetto di un frigorifero-dispositivo infilandosi nel quale è possibile sopravviveamy-ryan-tom-hanks-spielbergre per testimoniare l’orrore della Storia, come Indiana Jones che si staglia di fronte all’atomica: il cinema di Spielberg coglie ancora una volta la Storia nell’istante del suo farsi, il muro di Berlino nei giorni in cui stava venendo innalzato, e le due anime della città radicalizzate nella loro opposizione, nel loro conflitto.
Il ponte delle spie diventa così, di nuovo come War Horse, un film tutto girato sullo spigolo alle estremità dello specchio, verrebbe da dire alle due estremità simmetriche del ponte: si veda l’inquadratura che apre il film, con Rudolf Abel che va dipingendo un autoritratto tra lo specchio e la tela che ne replica e triplica l’immagine, parallela a quella che lo chiude, con Amy Ryan sdoppiata tra due specchi mentre guarda il marito che è crollato a dormire come un sasso.

Date a noi liberi

In mezzo c’è la trincea, il muro, il passaggio, tra Friedrichstrasse e Unter den Linden, la distanza incolmabile tra Eric Bana e Geoffrey Rush (“torna a casa”) che rifiuta di spezzare il pane sul finale di Munich, una sequenza ai piedi dello stesso ponte da cui quest’ultimo Spielberg prende il via. L’unica maniera per instaurare un dialogo, una negoziazione, diventa allora riconoscersi a distanza, come tra le due torri di The Walk: ma è proprio tra le nebbie dell’alba al checkpoint che ogni persona Il-ponte-delle-spiediventa uguale, ogni ombra diventa la stessa, e nello scambio ogni persona conta, come Spielberg ci racconta da sempre.
Donovan/Hanks diventa in quell’istante come il Truffaut di Incontri Ravvicinati, l’unico interprete in grado di tracciare il vero ponte di collegamento, quello di un linguaggio comune.
La stessa lingua che imparavano dalle bocche degli imputati gli schiavi di Amistad, alla cui rigonfia ars oratoria sembra rifarsi questo film nella prima sezione processuale, in cui Donovan sperimenta la condizione paradossale di dover lottare per una vita umana attraverso cavilli procedurali e vizi di forma, proprio come, ancora, Abraham Lincoln nel capolavoro precedente, la cui vittoria era dovuta alla fine dei conti alla capacità di mettere in scacco a piacimento il Libro delle Regole.

 

Titolo originale: Bridge of Spies

Regia: Steven Spielberg

Interpreti: Tom Hanks, Amy Ryan, Domenick Lombardozzi, Joshua Harto, Alan Alda

Distribuzione: 20th Century Fox Italy

Durata: 141′

Origine: Usa 2015

Un commento

  • alberto pierini
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    Una recensione sinfonia per un film sinfonia. Davvero bella questa analisi. E chissà perché quel donovan steso sul letto mi rievoca da matti anche il george bailey stremato e felice de la vita è meravigliosa. Forse il trionfo dell’uomo comune (“conta quello che sai di aver fatto”), forse semplicemente perché è natale.