Il punto di rugiada, di Marco Risi

Squilibrato e intenso, diventa l’occasione per il regista per fare un bilancio sul suo cinema dove l’approccio intimista richiama molti film del padre Dino degli anni ’70. #TFF41 Fuori Concorso.

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Un ballo senza tempo. Riderà di Little Tony. La neve, Buster Keaton, Anton Čechov. E poi le fotografie di Dino, nel segno del ricordo ma ancora capace di catturare negli scatti dei dettagli, anche nascosti, che poi faranno parte della galleria della memoria. Con Il punto di rugiada il cinema di Marco Risi diverta apertamente sentimentale. Lo era già stato con alcune delle sue commedie più esaltanti, da Un ragazzo e una ragazzaColpo di fulmine. Aveva attraversato anche quella malinconia in un altro vitale film sulla morte come Fortapàsc. Ma Il punto di rugiada diventa il punto di svolta del suo cinema perché stavolta il tempo passato ha il sopravvento e il suo cinema guarda così dietro di sé.

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Il film è ambientato nella Casa di Riposo Villa Bianca dove arrivano due ragazzi, Carlo e Manuel, condannati a scontare sul posto un anno di lavori socialmente utili. Il primo, viziato e sregolato, una notte ha provocato un grave incidente dove la sua ex-fidanzata è rimasta sfigurata. L’altro è uno spacciatore che è stato colto in flagrante. Subito presi di mira dal direttore, devono occuparsi degli ospiti (non vecchi) che vivono lì, controllati dall’infermiera Luisa. Ogni sgarro non gli sarà perdonato. Ma soprattutto per Carlo il rapporto con alcuni di loro sarà l’occasione per rimettersi in discussione.

Sembra risuonare senza sosta Riderà. Come un carillon che non si ferma più, un eco lontano eppure lì dentro movimenta un ballo che è uno dei momenti più intensi del film. Ambientato nel corso di quattro stagioni, dall’estate 2018 alla primavera successiva prima della pandemia che diventa una violenta frattura, un buco nero, la fine prima della fine. A nove anni da Tre tocchi, senza considerare il passaggio a vuoto (solo di firma) di Natale a 5 stelle del 2018, Il punto di rugiada ha un andamento altalenante e non riesce a mantenere sempre la sua intensità, però ha l’approccio intimista di un cinema perduto. Risi sa gestire un cast corale dove il cast più anziano funziona meglio di quello più giovane. Ma è proprio in questo squilibrio uno dei motivi per cui il film poi trova dei momenti di cinema che restano, come quello della nevicata che fortunatamente sommerge l’incontro di Carlo e Dino con la ragazza e la madre di lei che fa una scenata al ragazzo. Si vede che è un film pensato a lungo dal regista, profondamente sentito; la prima idea risale infatti a 13 anni fa. Ma diventa anche per il regista l’occasione per fare un bilancio sul suo cinema. Il suo sguardo sembra coincidere con quello di Bob Fosse attraverso la figura del coreografo Joe Gideon/Roy Scheider in All That Jazz. Lo spettacolo continua. La casa di cura richiama il carcere Malspina di Palermo di Mery per sempre. Il colonnello Eros Pagni sembra la versione invecchiata di Massimo Dapporto in Soldati. 365 all’alba. Nelle immagini di Il punto di rugiada si sovrappongono quelle del cinema passato di Marco Risi. Un po’ come accadeva a suo padre Dino (forse non è casuale che ha lo stesso nome dell’anziano fotografo) in gran parte dei film che ha realizzato negli anni Settanta e dove, uno in particolare, era ambientato in un ospizio per artisti. Il punto di rugiada è il Primo amore di Marco Risi. Quando Dino l’ha realizzato aveva 72 anni. La stessa età che ha Marco oggi. E la malinconia, come un colpo improvviso di vento, diventa contagiosa e non ci risparmia più.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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