Il tuo ultimo sguardo, di Sean Penn

È spiazzante. Viene da chiedersi cosa c’entri Il tuo ultimo sguardo con il percorso da regista di Sean Penn. Certo, c’è la vocazione dell’impegno umanitario, con tutto ciò che ne consegue, la testimonianza, l’opera di sensibilizzazione e proselitismo. Ma, per il resto, quali sono i punti di contatto tra questo gonfio e vuoto melodramma, che nasce tra i campi profughi della Liberia e gli ospedali delle ONG, e Into the Wild, La promessa, Lupo solitario, tutti film profondamente di “frontiera”, “americani”? Non si riesce a capire. Perché l’esigenza dell’appello, da far passare a tutti i costi, sembra aver svuotato completamente lo sguardo di Penn di tutte le sue inquietudini, quelle cicatrici che segnavano il confine sottile tra l’utopia e l’ossessione. E di quella polifonia complessa che scivolava nella follia del delirio interiore, non resta che un’unica voce, urlata a squarciagola, ma sostanzialmente uniforme e didascalica.

il tuo ultimo sguardo adèle exarchopoulosMah. Sarà che Il tuo ultimo sguardo è un progetto che Sean Penn raccoglie in corsa, su invito del produttore Matt Palmieri (Darfour Now), a partire da un’idea di Erin Dignam, l’autrice della sceneggiatura, intenzionata, in un primo momento, a occuparsi anche della regia. Un progetto a cui aderisce prima Javier Bardem, in qualità di coproduttore. Viene poi tirato fuori dal cilindro il nome di Penn, da anni votato alla Causa. E infine viene opzionata come interprete Charlize Theron, anche lei attivamente impegnata nel sostegno agli orfani in Sud Africa. Si aggiungono Adèle Exarchopoulos, che si redime dalle passioni carnali di Kechiche, e Jean Reno. Ed ecco che il gioco è fatto: lo squadrone umanitario di divi pronti a immergersi nelle tragedie dell’Africa subsahariana. Ma siamo ben lontani da un altro A-Team al centro dei conflitti, quello di A Perfect Day di Aranoa. Qui l’ironia è bandita, figuriamoci. E non c’è neanche il tentativo di immaginare il cinema come una possibilità di soccorso, di scarto e riscatto.

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il tuo ultimo sguardoAmore e guerra. Nei campi ospedalieri organizzati da Médecins du monde in Liberia fanno il loro incontro l’instancabile dottor Miguel Leon e la dottoressa Wren Petersen, direttrice dell’ONG. Tra i due nasce subito una passione travolgente. Che deve fare i conti però con l’orrore del contesto, che cancella qualsiasi ipotesi di un rapporto normale, figuriamoci di felicità. E con i differenti vissuti e le diverse prospettive di intervento dei due amanti. La storia si sviluppa nell’intreccio dei piani temporali e procede in perenne sospensione tra il crudo realismo del conflitto e la visione in soggettiva della Petersen. Sean Penn spinge su entrambe le traiettorie. Vertici di violenza e picchi di lirismo. Forse si trova più a suo agio con i primi, come nella scena tesissima del bambino costretto a puntare il fucile contro suo padre. Ma nel complesso sembra non controllare minimamente la materia. Anzi, sembra addirittura dimenticarne l’intima drammaticità. Perciò forza la mano. Privato di una sostanza personale, Il tuo ultimo sguardo rimane in piedi solo sull’impalcatura retorica, sull’eccesso di uno stile manierista, di soluzioni formali fuori luogo, quasi quanto l’invadente musica di Hans Zimmer. Sfocature, ralenti, montaggio senza più raccordi, riprese a filo d’erba e visioni in controluce. Come in preda allo spirito di Malick, Sean Penn “perde la bolla”, ma non arriva né al cielo né alla terra, né alla brutale densità della realtà né alla poesia della preghiera. Non mettiamo in dubbio l’afflato, la sincerità dell’intento (Charlize Theron dà forse l’unico apporto credibile al film…). Ma il risultato è improbabile, irritante persino. E l’appello resta senza voce.

Titolo originale: The Last Face

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Regia: Sean Penn

Interpreti: Charlize Theron, Javier Bardem, Adèle Exarchopoulos, Jean Reno, Jared Harris

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 130′

Origine: Usa 2016