John McEnroe – L’impero della perfezione, di Julien Faraut

“Il cinema mente, lo sport no”, dice Godard, segnando la distanza tra l’immagine e il gesto. E Julien Faraut parte dalla graffiante traccia di quest’affermazione, dissepolta da una vecchia intervista a L’Équipe, per condurre il suo fenomenale viaggio tra lo sguardo cinematografico e lo sport. Due campi di gioco in cui la realtà e l’illusione, i limiti materiali e le utopie entrano in rotta di collisione, in un modo o nell’altro. Al principio c’è il ritrovamento, tra gli archivi polverosi dell’INSEP, l’Institut National du Sport, de l’Expertise e de la Performance, di ore e ore di vecchi filmati di Gil de Kermadec, sportivo e regista, votato sin dalla fine degli anni ’50 alla didattica del tennis attraverso le immagini, l’analisi dei movimenti e lo spettro della loro perfetta riproducibilità. All’inizio si trattava di veri e propri film d’istruzione, tutti incentrati sull’insegnamento e lo studio. Ma ben presto Kermadec si rende conto che le posizioni di un istruttore ripreso al ralenti non dicono la verità sugli effettivi movimenti di un giocatore durante una partita reale. E soprattutto non restituiscono nulla dello stile, unico, personale, dei singoli tennisti. Ecco la menzogna del cinema, colta nell’arco di separazione tra la teoria e la pratica, sia essa dell’immagine o dell’azione. Per questo Gil de Kermadec passa ben presto al racconto dei grandi personaggi della storia del tennis, fino ad arrivare a John McEnroe, il più imprevedibile dei geni, il più refrattario ad essere inquadrato dalla gabbia di un obiettivo o dalle norme da etichetta aristocratica di uno sport che, almeno sino a quel momento, sembrava propendere più al rito che alla sfida.

Nel 1984 McEnroe è all’apice della forma e della carriera. È il numero uno del mondo e vince ovunque, su qualsiasi superficie. E nonostante i proverbiali scatti d’ira, le intemperanze sul campo, la scorbutica ritrosia nei confronti dei fotografi e dei fan, il suo gioco in quel momento è la cosa più prossima alla perfezione che si sia mai vista, è un sublime racconto di eleganza, leggerezza, precisione. Purezza concentrata. Per Gil de Kermadec poter riprendere McEnroe in azione deve essere sembrato il punto d’arrivo di un lavoro di anni, la sfida definitiva. Per questo si piazza con i suoi collaboratori sugli spalti del Roland Garros, a carpire i segreti del campione. Ed è un numero impressionante di ore di riprese in 16 mm, che Faraut ripercorre tra le immagini “depositate”, quelle non montate nella versione definitiva del lavoro di Kermedec, i rushes, i punti di vista parziali, le angolazioni più disparate, gli incidenti di percorso (i momenti vertiginosi in cui McEnroe guarda dritto in macchina, si lamenta del rumore della cinepresa, manda qualche inserviente di campo ad allontanare l’operatore…). Tutto un repertorio che si accompagna però alla riflessione teorica costante, che da Godard passa a Serge Daney, che immaginava una stretta correlazione tra il tennis e il cinema nella loro capacità di “inventare il tempo”. E tra le righe e i fantasmi sepolti sotto ai campi del Roland Garros, riemerge anche la prospettiva del “pioniere” Étienne-Jules Marey, che con i suoi studi sull’iscrizione grafica del movimento e il chronophotographe, testimonia dell’altra anima primitiva del cinema, quella sua vocazione “scientifica” alternativa alla grande illusione della narrazione, vocazione che in fondo, nell’ossessione della macchina e dei meccanismi, ancora sarà dei Lumière e attraverserà, come una corrente anti-istituzionale, la storia.

È parte della leggenda, del resto, che i pittori si incazzassero con Muybridge perché aveva rivelato i “veri” movimenti del cavallo, mandando a monte secoli e secoli di rappresentazione tradizionale. Veridicità del cinema, dunque? No, le immagini comunque mentono. E il documento è un’illusione, ribadisce Faraut. E se la didattica di Kermedec poggia proprio sulle pretese basi scientifiche di Marey, il suo sguardo si perde ancora in miraggi, sfiora soltanto il segreto del genio, per smarrirsi poi nel terreno incerto del mito. Eppure le immagini hanno, comunque, la forza di indicare qualcosa che sta oltre il velo confuso degli occhi, di aprire traiettorie nascoste e di attraversare l’indifferenza del mondo con la forza esplosiva delle rivelazioni e delle connessioni. Faraut, in fondo, non gira nulla “di suo”, rimette in moto immagini altrui e destinate a tutt’altro scopo. E non può entrare nella testa di McEnroe se non nella misura marginale di un’ipotesi. Ma ritrova la grandezza inquieta del suo combattere tra l’illusione dell’immagine e la verità complessa dell’uomo, grazie agli occhi di Kermedec. In un colpo solo, racconta almeno due storie, quelle di un regista e di un tennista, entrambi ossessionati dalla perfezione e perciò condannati all’approssimazione. Quella mitica finale del Roland Garros dell’84, con la “macchina” Lendl che vince al quinto set, sancisce la sconfitta dell’uno e dell’altro. Ed è come se Faraut, con la sensibilità di uno sguardo tutto personale stavolta, restituisse in qualche modo il “maltolto”, celebrando la bellezza struggente del loro gesto. La sconfitta è sempre provvisoria. Figuriamoci a un passo dalla perfezione…

 

Titolo originale: L’empire de la perfection
Regia: Julien Faraut
Distribuzione: Wanted Cinema
Durata: 95′
Origine: Francia 2018