Kajillionaire, di Miranda July

In una staticità generale, rimane un blocco emotivo che non viene mai sfondato. Si fa fatica ad empatizzare, si piange poco e si ride poco. E alla fine in bocca resta solo il sapore amaro. #RomaFF15

525 dollari. E’ questo il valore dell’amore per un figlio. O almeno così è per Theresa e Robert Dyne (interpretati da Debra Winger e Richard Jenkins), di professione truffatori, che hanno cresciuto la figlia Old Dolio (un’irriconoscibile Evan Rachel Wood) senza tenerezza né affetto, avviandola fin da subito sulla strada dell’imbroglio come unico modo per sopravvivere. E’ una famiglia disfunzionale la loro e tra Old Dolio e i genitori intercorre un rapporto di dipendenza (an)affettiva. Lei non conosce altro che la frode, è terrorizzata dal contatto fisico e a 26 anni non ha nessuna consapevolezza di sé, non cerca mai un modo per affrancarsi da quei genitori che assomigliano più a cinici burattinai. Fino a quando la famiglia non si imbatte in Melanie (Gina Rodriguez), che forse per noia decide di fare da complice ai loro piani truffaldini. Sarà proprio lei, con la sua normalità, ad aprire uno squarcio luminoso nella vita di Old Dolio: con uno stratagemma riesce a farla allontanare dai genitori, portandola a casa con sé e ricreando una serie di situazioni semplici e quotidiane (essere chiamata tesoro, cucinare i pancake la mattina, ballare in salotto,…) che le trasmettano quel calore familiare che le è sempre stato negato. Robert e Theresa, abituati all’idea che tutto ha un prezzo e nulla si dà per nulla, troveranno un ultimo modo per essere ripagati del “furto” della figlia da parte di Melanie. Ma sarà anche l’occasione per dimostrare finalmente, a modo loro, l’amore per Old Dolio.

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Dopo Me and you and everyone we know (2005) e The Future (2011), entrambi approdati al Sundance, Miranda July, nome noto del cinema indie americano, sceglie i sobborghi di Los Angeles per muovere i fili della storia di questa famiglia sconclusionata. E proprio come le marionette, anche i suoi personaggi sembrano procedere meccanicamente, a singhiozzo, alternando momenti di humor e facile commozione a sequenze che faticano a reggere il peso di una scrittura che non ha ben chiaro cosa vuole raccontare. Un insieme di gag, suggestioni e situazioni che creano un quadretto sbilenco, piacevole certo, ma che non riesce mai ad andare oltre quello che mostra. Evan Rachel Wood, nei panni larghi e informi di Old Dolio, sembra un animale selvatico e ferito, di quelli che non essendo abituati al contatto umano, una volta salvati si pietrificano per la paura. Ma il suo immobilismo, che per contrasto al brio di Gina Rodriguez teoricamente poteva funzionare, si traduce in una staticità generale, un blocco emotivo che non viene mai sfondato. Si fa fatica ad empatizzare, si piange poco e si ride poco. E alla fine in bocca resta solo il sapore amaro di un’occasione sprecata.

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RIFF AWARDS 2020

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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