"Kill Bill Volume I", di Quentin Tarantino

Bang Bang graffia il cuore, inondando lo schermo con un bianco e nero oscillante, inquieto, tremolante. Il cinema di Quentin Tarantino rinasce dal primo piano sanguinante di una Thurman accarezzata da un luce dreyeriana, mentre implora pietà. Ci troviamo già dietro lo specchio, dietro la proiezione dello specchietto retrovisore dell'ultima sequenza di Jackie Brown, oltre l'immagine specchiata del Roth delle Iene che si prepara ala camuffamento, immersi in una superficie instabile, agitata da uno sguardo inquieto e nomade. Il primo piano è sintesi, aderenza finale che non a caso Tarantino mima quale momento illusorio/irrisorio pronto a franare in un dirupo abitato da altre immagini, altre storie, altri corpi. Kill Bill Volume I parte da qui, ma si situa immediatamente all'interno di uno spazio immaginario, ritagliato dalla retrovia del set di quello che non è più un film passato, ma un intero cosmo di immagini ritagliate su una dimensione di agitata autoreferenzialità. Ecco allora come l'annullamento iniziale del luogo in cui pensare il cinema (il corpo quasi morto della protagonista) si trasforma subito dopo in un accecante spazio successivo in cui l'immobilità iniziale si capovolge in una frenetica danza di corpi sull'abisso, un rapsodico girotondo di visioni che si intersecano (la Thurman calata in una prospettiva domestica in cui consuma la sua prima vendetta a colpi di arti marziali) perché il cinema si faccia doppio, triplo salto mortale attraverso il fuoco di una visione accecante. Quella di Tarantino è una vertigine autoriale che droga corpi e movimenti, inserendoli in una macchina del tempo che muta, accelera, stravolge, lungo un turbine di fuochi incrociati che elettrizzano l'ipotetico romanzo messo in scena (nel titolo si allude al volume primo dell'opera e tutto il film si articola come successione di capitoli che perlustrano l'intera storia senza alcun criterio temporale), finendo per concepire una sorta di archeologia futurista dell'immagine in movimento, un corpo che si dimena senza sosta perchè agito da pulsioni uguali e contrarie. Non c'è più il tempo (quello che campeggiava distratto e svagato negli scivolamenti avanti e indietro delle opere precedenti, comprese le doppie possibili temporalità di Jackie Brown), ma una successione di istanti che configurano regioni temporali in grado di catturare il corpo in durate impensabili (il combattimento finale dura venti minuti, il ferimento iniziale della protagonista è affidato al rintocco funebre di flashback brutali e fulminei), tracciate come linee arbitrarie di un set che si alimenta continuamente di sé. Il corpo di Kill Bill (la sua struttura interna, ma ancor di più il potenziale immaginativo che mostra) è quello di una fisicità quasi replicante, con una Thurman qui filmata come vero e proprio organismo transfilmico che assume su di sé le identità di corpi rivissuti sulla pelle (quello dei personaggi delle opere degli Snaw Brother, quello di Bruce Lee, ma anche quello di un cartoon che mette in moto un delirante flashback sotto forma di segno animato), a presagire l'irruzione in campo di un lavoro sull'epidermide della scena che uccide ogni forma possibile di postmodernità, nel suo essere dentro e fuori l'immagine, e nel suo inventarsi di volta in volta un cinema che si consuma, giocando col suo immaginario.

Titolo originale: Kill Bill
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Sally Menke
Musiche: RZA
Scenografia: Yohei Taneda, David Vasco
Costumi: Kumiko Ogawa, Catherine Marie Thomas
Interpreti: Uma Thurman (la sposa/Black Mamba), David Carradine (Bill), Daryl Hannah (Elle Driver), Micheal Madsen (Budd), Vivica A. Fox (Vernita Green), Lucy Liu (O-Ren Ishi), Micheal Jay White (Alburt/Da Moe), Chia Hui Liu (Pai Mei), Chiaki Kuriyama (Go Go Yubari), Sonny Chiba (Hattori Hanzo)
Produzione: Lawrence Bender, Quentin Tarantino per Miramax Films/A Band Apart/Production I.G./Super Cool Manchu
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 111'
Origine: Usa, 2003