Kill It and Leave This Town, di Mariusz Wilczyński

Kill It and Leave This Town è il primo lungo d’animazione di Wilczyński. Un film surreale e grottesco che racconta l’infanzia del regista nella sfumata ed espressionista Łódź. Al Ciakpolska

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Primo lungometraggio per Mariusz Wilczyński, considerato uno dei registi più influenti nel panorama del cinema d’animazione contemporaneo. Riconosciuto a livello internazionale, vincitore del Golden Hugo per Niestety (Unfortunately, 2004) e dell’European Independent Film Festival per Wśród nocnej ciszy (In the Stillness of the Night, 2000). Protagonista di una retrospettiva a lui dedicata nel 2007 al MoMA, Wilczyński arriva a Kill It and Leave This Town, presente al CiakPolska Film Festival in questi giorni, dopo una preparazione di 12 anni. Un progetto particolarmente sentito, dove il regista riesce a rinchiudere e conservare per sempre tutto il suo dolore. Una narrazione sfumata ed espressionista, con linee logore e tratti marcati che enfatizzano la follia e il continuo senso di desolazione. Wilczyński traduce direttamente sentimenti e sensazioni riguardo la propria infanzia in una non ben precisata Łódź sovietica. Un mondo surreale, lontano come i ricordi del passato, dove tutto viene più accentuato. Łódź è la sua Winnipeg, senza cavalli immersi nella neve come nel film di Guy Maddin, ma con chimere da inseguire e con cui il gigante, con il faccione del regista, interagisce.

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My Winnipeg, di Guy Maddin (2007)

Il film si apre con l’oscurità, l’unica luce, l’unico colore, è dato dall’accensione di una sigaretta. Pochissime altre cose illuminano il grigiore di Kill It and Leave This Town. Luci al neon, sangue e cenere. Come a testimoniare che l’unico modo per uscire dal delirio di Łódź sia visitarla e viverla come un oggetto alieno. Qualcosa d’esterno come il fantasma di Wilczyński che domina la città. Un personaggio che non crede alla morte e che come uno spettatore cinematografico viene divorato dalle immagini di quel mondo grigio di cui però non fa parte.

Un bambino viene continuamente rimproverato dalla madre, inizia l’incubo. Teste mozzate, cadaveri squarciati, corpi avvizziti dal tempo. Nella prima parte il delirio prende le sembianze di un dipinto di Zdzisław Beksiński, per poi pian piano addolcirsi e rimanere ad ascoltare come fa il fantasma del regista. Forse perché non c’è più nulla per cui vale la pena combattere. E alla fine dei propri giorni, quando gli ultimi treni sono in partenza, ci si guarda sempre indietro con estrema dolcezza. Si guarda a tutte le cose con lo stesso metro di giudizio, con sguardo nostalgico che dopo anni ha imparato ad amare anche il brutto. Allora cosa rimane alla fine se non un ultimo ballo? Non è Fellini, non è Visconti e non è Bergman, ma la fine di principi e cavalieri passa sempre da qui. Da un’ultima festa d’anime danzanti sopra un transatlantico perso in un mare di ricordi.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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