La camera Verdone – “Posti in piedi in Paradiso”, di Carlo Verdone

In quell’appartamento si tengono gli Stati Generali del Cinema Italiano, e ancora una volta se ne certifica l’impasse. Posti in piedi in quale Paradiso? Forse quello della storia del cinema italiano: se è così, Verdone sembra aver guadagnato giusto un Paradiso Filmauro. Ahinoi e ahilui, per sopravvivere nell'ambiente bisogna occuparsi di gossip, vendere le memorabilia del passato da cui non vorremmo separarci mai, magari tentare la fortuna al gratta-e-vinci. Il vento è cambiato?

La domanda sorge già leggendo solo il titolo di questo 25esimo film da regista di Carlo Verdone: quale Paradiso? Facciamo un’ipotesi: e se il “Paradiso” dove Verdone sente di aver riservato solo un posto in piedi fosse la storia del cinema italiano?
E’ una chiave attraverso la quale acquista senso anche l’eccessiva grossolanità dell’opera, a volte di mortificante sciattezza anche per gli standard del Verdone recente – se la ricerca è quella di un Paradiso, l’autore sembra aver guadagnato giusto un Paradiso Filmauro, con un film forse ancora una volta troppo legato a dinamiche e idee potenzialmente fallimentari di chiara derivazione De Laurentiis, come un finale imperdonabilmente tirato via o un paio di sketch di troppo messi lì soprattutto per variare l’ambientazione dell’appartamento dove si trovano a convivere i tre protagonisti tra scaramucce, imprevisti e antipatie.

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Eppure Posti in piedi in Paradiso è un film importante perché in quell’appartamento si tengono gli Stati Generali del Cinema Italiano, e ancora una volta se ne certifica l’impasse. La metafora è anche troppo sottolineata, tra Pierfrancesco Favino critico cinematografico amico di Gabriele Muccino e ridotto a giornalista di gossip, Verdone preda della nostalgia per un passato glorioso (e spesso, in un montaggio un po' frettoloso, relegato a un controcampo di muta espressione di sgomento in primo piano), e Marco Giallini vero erede di una certa commedia all’italiana, il truce trafficone tra Gassman e il Sordi “a colori” (non dimentichiamo che Giallini viene da Tutti al mare, l’omaggio a Casotto di Matteo Cerami) – e infatti il suo personaggio ad un certo punto sembra quasi condividere il destino de Il sorpasso.
Non è tra l’altro l’unica citazione scoperta (in una sequenza Favino si lamenta proprio della situazione “alla De Filippo”) in un film che passa spesso dal Mattoli di Miseria e Nobiltà al Monicelli de I soliti ignoti, da Steno a Troisi (la scalinata dove Verdone consola la Ramazzotti ricorda quella dei “50 giorni da orsacchiotto” di Scusate il ritardo), da Risi (appunto) a…Verdone (a nessuno è venuto in mente I due carabinieri in alcune “situazioni”?).

Il negozio di memorabilia del suo Ulisse è una sorta di camera-Verdone dove il cineasta innalza il museo (che finisce non a caso in frantumi) della propria megalomania rock, replicata anche stavolta in colonna sonora con pezzi, tra gli altri, di Doors e Walker Brothers. E’ il set dove si svolgono coerentemente i momenti più sentimentali del film, legati al personaggio di Micaela Ramazzotti, una sottotrama che forse ci sarebbe piaciuto vedere maggiormente sviluppata.
Ma è come se al Verdone degli ultimi anni, fatta salva l’amarezza e la malinconia che da sempre ce lo fanno amare (per far cambiare il vento bisogna separarsi dai reperti del passato che mai vorremmo vendere, o addirittura sperare nel colpo di fortuna al gratta-e-vinci…), mancasse quell’anima genuinamente ed esplicitamente blues del proprio cinema, che non ha più quel sapore disperatamente sincero del rock psichedelico anni ’60 che tanto ama (che ancora innervava opere mature come il bellissimo L'amore è eterno finché dura o l'acido, incompreso C'era un cinese in coma), quanto il piglio da session man fuoriclasse d’altri tempi che assumono i campioni di certe remunerative reunion degli anni recenti.

Regia: Carlo Verdone
Interpreti: Carlo Verdone, Micaela Ramazzotti, Marco Giallini, Pierfrancesco Favino, Nicoletta Romanoff
Origine: Italia, 2011
Distribuzione: Filmauro
Durata: 100'

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4 commenti

  • Avatar

    Ma come scrivi…. Io non ho capito niente di quello che dici….

  • madelecce@katamail.com
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    amaro, divertente, intelligente.bellissimo il cast.bravissima la ramazzotti.da non perdere||||

  • bix o vattelapesca
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    in modo candido, a che tempo che fa di fazio, verdone dice un risvolto di copertina del film: ha speso sulle centocinquantamila euro per poter mettere un pezzo dei doors in una scena, beato lui. ora, d'accordo, non voglio fare il moralista (né notare l'assoluta mancanza generale di una qualsivoglia critica in questo senso; del resto gli strali contro l'hitchcock voyeur furono seppelliti coi nouvellevaguisti, e oggi uno dei settori più fiorenti del cinema 'sperimentale', dimenticata l'ingenua (tremendamente vera) presa di posizione del critico americano anni '50, è per l'appunto un certo accomodarsi voyeristico spionistico da abbaini e finestre pronte all'occorrenza), mi chiedo però cosa significhi voler a tutti i costi quella canzone nel film, del tipo 'ma noi.. vogliamo spendere molto di più!', canzone importantissima certamente, ma davvero non c'era un'altra strada, un altro modo, meno 'perfetto' certo (..?)

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    I critici vorrebbero che i registi facessero i film che loro farebbero se fossero capaci di farli