“La febbre dell’oro”, di Charlie Chaplin

La febbre dell'oro, 1925Con una dichiarazione forse non troppo famosa Chaplin diceva: Sono diventato ricco recitando la parte del povero. La dichiarazione calza perfettamente con il senso ultimo di un film come La febbre dell’oro (The gold rush, 1925). Il senso del film, sferzante e polemica critica ad un capitalismo che capovolge il senso delle cose, sembra trovare una conferma nell’immagine di Big Jim sulle spalle del piccolo Charlot. Il mondo è capovolto, la casa è in bilico sul burrone, ma la natura che il capitalismo trasforma in denaro rende la dichiarazione di Chaplin meno contraddittoria e più aderente al senso del suo cinema.

 

La febbre dell’oro, esce oggi nelle sale italiane, nella versione restaurata e quindi nella splendida veste di quando le immagini sembrano riprendere respiro, grazie all’impagabile iniziativa della Cineteca di Bologna che nel restaurare e distribuire film essenziali per la storia del cinema e con in programma il restauro dell’intera filmografia di Chaplin, ha trovato l’uovo di Colombo in un progetto di classico contenuto e di agile fruizione come “Il cinema ritrovato”. Per l’Ente è come dire il pane quotidiano dopo il quasi trentennale tragitto che, sulle tracce di un cinema “perduto”, ha ritrovato la strada per una precisa dichiarazione culturale e un’originale etichetta di modernità e di attualità. Un lavoro minuzioso che vale la pena di sottolineare come quello eseguito sulle musiche di questo film reinterpretate per l’occasione sulle partiture originali dello stesso Chaplin che le aveva composte.

La storia del povero cercatore d’oro che affascinato dalla corsa alla ricchezza parte per il mitico Klondike dove troverà la La febbre dell'orocattiveria di Black Larsen e stringerà uno strano e diseguale sodalizio con Big Jim, ritrovandosi affamato, ma ricco d’amore da offrire, è nata grazie ad una serie di fotografie di cercatori d’oro che Chaplin ebbe l’occasione di vedere  a casa di amici. Il suo film precedente La donna di Parigi, aveva stentato quanto ad incassi e pertanto c’era la necessità di rimediare al parziale insuccesso.

Nella scrittura e nella resa finale il film, in mirabile equilibrio tra comicità, poesia e dramma come quasi sempre nel cinema educativo di Chaplin, si sente l’indignazione del diseredato nei confronti delle storture di un sistema, anche e soprattutto capitalistico, che è all’origine della degenerazione dei rapporti umani. È così che la favola di Charlot cercatore d’oro si trasforma in un atto d’accusa celato ed edulcorato, nei confronti di un sistema poco incline a valutare le sottigliezze poetiche che Chaplin indicava nei suoi film. Si tratta di caratteristiche costanti nella filmografia chapliniana che troveranno maggiori e più evidenti conferme nei suoi film successivi. In queste considerazioni va misurata anche la sua idea artistica che si fondava su un modello produttivo il più possibile distante dalle grandi produzioni. Chaplin era un altro one man band, un artista profondamente libero, la sua estrazione assai modesta resta un segno essenziale dentro la maschera di Charlot, dignitosissimo povero mai in vendita e sempre orgoglioso della sua povertà. Il disincanto e l’immaginazione costruiscono il resto di questo personaggio malinconicamente allegro e poeticamente solidale. Un uomo ideale, un personaggio da favola che ha abitato una realtà sempre ostile.

Charlie Chaplin in La febbre dell'oroMa del resto La febbre dell’oro resta quella splendida invenzione di un artista che non smette mai di essere moderno, che non smette mai di incantare, con la sua malinconia sempre speranzosa, spettatori di ogni età, l’autore “natalizio” dei bambini e la coscienza critica del Davide contro il Golia, da adulti. L’immaginazione di Chaplin, d’altronde non smette di accompagnarci e nella nostra memoria non possono cancellarsi le immagini costruite per questo film: la cena con la scarpa, la sequenza della casa penzolante sull’orlo del burrone o l’indimenticabile sequenza della danza con i panini.

Come diceva René Clair: Prima di tutto c’è il cinema. Poi c’è Chaplin. Tutto sembra essere stato già scritto, detto, girato, visto, ascoltato, immaginato e oggi ci si trova a corto di idee e il cinema ritrovato ci aiuta a capitalizzare il passato, a guardare attraverso quelle radici, i nuovi frutti e un grande merito di questa segreta ricchezza, che qualcuno meritoriamente talvolta riporta alla luce, risiede nell’opera di questo genio inglese nato nel 1889 e morto, emblematicamente, il giorno di Natale del 1977.

Titolo originale: The Gold Rush


Regia: Charlie Chaplin

Interpreti: Charlie Chaplin, Georgia Hale, Mack Swain, Tom Murray, Malcom Waite, Henry Bergman.

Origine: USA, 1925

Durata: 92’