La sedia della felicità, di Carlo Mazzacurati

Carlo Mazzacurati, fin dalla sua comparsa nel panorama del cinema italiano, ha costituito una felice sintesi delle culture che animano il suo nordest. Queste tradizioni culturali lo hanno portato a ritrarre personaggi come il poeta Andrea Zanzotto, lo scrittore montanaro Mario Rigoni Stern e il saggista, letterato, critico e narratore Luigi Meneghello. Su un altro versante, quello più prettamente spettacolare, il regista padovano ha perseguito un cinema che pur attingendo – quasi necessariamente – dalla tradizione italiana, ha costituito un unicum. Mazzacurati resta pertanto un autore a cui va riconosciuta una rara originalità attraverso la quale ha realizzato opere di grande impatto drammatico (Vesna va veloce, Il toro), di singolare comicità (La lingua del santo) e, infine, opere, in cui, i suoi paesaggi fatti di brumosa malinconia diventano scenari per noir avvincenti e del tutto insoliti per il nostro cinema (Notte italiana, La giusta distanza).

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 Quest’ultimo film, La sedia della felicità, va ascritto alla categoria della commedia in cui conta molto la complicità degli attori anche di quelli che solo brevemente appaiono in ruoli del tutto marginali (Orlando, Citran, Bentivoglio, Vukotic), alcuni dei quali ormai costantemente appartenenti alla “scuderia” del regista  e gli altri, qui protagonisti, che appartengono, ormai di diritto, a quel cinema italiano che con fatica mostra le sue ferite, ma anche le sue guarigioni. Un cinema magari sommerso e rifiutato dalla distribuzione, ma che lavora con convinzione e professionalità.

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Il tatuatore Dino e l’estetista Bruna sono nei pasticci. I loro guadagni non sono sufficienti a coprire le spese. Il destino unirà le loro vite e la ricerca di una sedia in cui è nascosto un piccolo tesoro diventerà l’origine delle peripezie, che condivideranno con un prete spiantato, volte al recupero della ricchezza che sistemerà le loro vite.

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Se è vero che la commedia può tendere ad una interpretazione del reale e se è vero che la nostra tradizione, perfino quella “natalizia”, ha raramente disgiunto il genere da una valutazione e/o satira sui tempi, è altrettanto vero che appartiene alla originalità di Mazzacurati la realizzazione di opere che sono dotate di una propria autonomia artistica e che assomigliano poco o niente a tutto il resto, pezzi unici di ottima fattura artigianale
. Ciò premesso e rifiutando qualsiasi detrimento causato da una lontananza ideale da un cinema dei “padri della commedia (all’)italiana”, La sedia della felicità, in verità, non rinuncia ad uno sguardo malinconico e divertito sui vizi e le virtù di una certa italianità alla deriva. In questo senso il suo meccanismo spettacolare, che risponde immediatamente ad ogni sollecitazione e ad ogni spunto che la rocambolesca storia possa offrire, guarda a questo scenario, anche qui, lontano da ogni consuetudine acquisita, con rapide e acute pennellate: il doppio Albanese che gioca a ping-pong, il Volpato che resta immagine netta di una imprenditoria cialtrona e disonesta, il mago Kasimir (Raul Creamona) profittatore maldestro, l’incomprensibile pescivendolo Citran, padre Weiner, un Giuseppe Battiston sempre a proprio agio, perso tra i propri debiti terreni e pronto a rubare pure al cimitero e perfino il venditore di fiori indiano (un divertente Mazzocca) che ha acquisito tutti i vizi dell’Italia meschina. È questo il mondo di Mazzacurati, un mondo sufficientemente stralunato e lontano da ogni consumata routine, il mondo di chi resta indietro ed è proprio su questo versante che i due attori che dominano la scena del film Valerio Mastandrea e la diafana Isabella Ragonese, rappresentino, per carriera e per immagine pubblica, proprio la parte migliore di un paese che ha bisogno di illusioni e favole per guardare al futuro con una certa serenità.

È qui che il film, visto sotto altre vesti e prospettive, che non siano quelle (riduttive?) di un gioco divertente assume un’altra dimensione, quella di una sagacia interpretativa di una società smarrita, che senza certezze ricerca il benessere, così… del tutto casualmente.
Ma il registro narrativo è privo di esagerazioni, il perfetto congegno ci fa lodare la sceneggiatura e ci ricorda che la commedia è un genere sempre molto pericoloso e di non facile uso e che non sempre il testo deve sottendere una critica sociale, un messaggio. In fondo Billy Wilder, uno dei più grandi realizzatori di commedie, diceva: io faccio film, se devo mandare un messaggio faccio un telegramma.

Regia: Carlo Mazzacurati
Interpreti: Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Antonio Albanese
Origine: Italia, 2013
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 105'