Lacci, di Daniele Luchetti

“Come ti allacci le scarpe?” chiede il figlio al padre in un bar. Il nuovo film di Daniele Luchetti può ripartire da lì. Ogni volta che ci si allaccia le scarpe si ricomincia daccapo. Parte una nuova giornata. Può andare bene o prendere una brutta piega. Anche se le scarpe sono allacciate bene oppure bisogna rifare il nodo. Lacci è il film di una storia che riparte ogni volta da zero. Come Pollack di Come eravamo, anche qui c’è il tentativo impossibile, forse per questo ancora più drammaticamente romantico, di cercare di far funzionare a tutti i costi una storia che non va. Inizia a Napoli all’inizio degli anni ’80 quando il matrimonio tra Aldo e Vanda entra in crisi perché lui, giornalista radiofonico, si è innamorato di Lidia. Vanda non sa come reagire. Lo butta fuori di casa, lo cerca, gli chiede di assumersi delle responsabilità nei confronti dei figli Anna e Paolo. Lui, a sua volta, esce ed entra dalle loro vite. Sembra sparire per sempre. Poi un giorno dopo qualche anno riappare quando la madre accompagna i figli che hanno deciso di passare una giornata con lui.

Dopo 25 anni, da La scuola, si rinnova il sodalizio tra Daniele Luchetti e Domenico Starnone, autore del romanzo omonimo da cui è tratto il film (edito da Einaudi) e anche co-sceneggiatore assieme al regista e Francesco Piccolo. Lacci ha frammenti di un dramma francese nel mostrare la malattia d’amore ma non riesce a reggerne il peso emotivo, malgrado la bravura di Alba Rohrwacher. L’attrice, nei panni di Vanda, riesce a trasmettere ansie, paura, desideri, delusioni del suo personaggio. Ma gioca quasi da sola, l’unica a entrare nel cuore di un film che mostra l’amore come dei tentativi provvisori di tregua. Da questo punto di vista, diventa esemplare un’immagine della coppia molti anni dopo, stavolta interpretati da Silvio Orlando e Laura Morante. Sono su una spiaggia in cui sono da soli ma non c’è nessun contatto. Non stanno più insieme, ma di fatto continuano a vivere come una coppia. “Per stare insieme bisogna parlare poco, l’indispensabile” dice a un certo punto Aldo. E Lacci è proprio anche un film sulla mancanza di dialogo, dove però i personaggi sono sommersi dalla scrittura. Non c’è quel dolore contagioso di La nostra vita e non ha soprattutto quella spinta vitale di cui aveva bisogno. Per certi aspetti può apparire una versione speculare del più riuscito Anni felici, anche quello con un’ambientazione d’epoca (si svolge nel 1974) e la ricerca di un successo professionale. In Anni felici era soprattutto a fuoco lo sguardo dei due figli sugli alti e bassi della vita matrimoniale dei loro genitori. Qui invece è più intermittente. C’è solo un momento in cui si avverte la paura ma anche la tristezza, diventata abitudine, negli occhi di Anna quando la madre si è chiusa in bagno. Poi le reazioni dei due ragazzini, anche nel corso degli anni quando sono diventati più adulti, restano sempre in superficie fino a giungere alla parte finale dove, interpretati da Adriano Giannini e Giovanna Mezzogiorno, si vendicano a modo loro, lasciando precipitare il film verso un tentativo grottesco fuori le corde del regista. Luchetti di solito è tra l’altro uno dei migliori registi italiani a dirigere gli attori. A parte, come si è detto la Rohrwacher, molti di loro sono spaesati a cominciare da Luigi Lo Cascio fino a Linda Caridi che sembra arrivare dritta dritta dalle intermittenze sentimentali di Ricordi?. Qui va sottolineato solo uno sfogo accalorato di Silvio Orlando. Un cinema sul tradimento, sui legami e sulle attese a cui manca la rabbia.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
2.8 (5 voti)

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