LETTE E… RIVISTE – 127 Hours

james franco, 127 hours
Incontro con Danny Boyle e James Franco, che presentano l'intenso viaggio intrapreso per raccontare la drammatica storia di Aron Ralston, la sua discesa all'inferno e la lotta con se stesso per la sopravvivenza. Inoltre, scopriamo cosa dobbiamo aspettarci per le Olimpiadi del 2012 e cosa significa recitare a fianco di Andy "Gollum" Serkis. 

Di Sheila Roberts – da MoviesOnline

Il regista premio Oscar Danny Boyle ci parla del suo ultimo lavoro, 127 Hours, l’affascinante vicenda dello scalatore James Franco

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americano Aron Ralston, della terribile prova che deve affrontare quando rimane bloccato da un masso in un canyon nello Utah, e delle misure estreme cui dovrà ricorrere per sopravvivere. Il film, scritto a quattro mani da Boyle e Simon Beaufoy, si basa sull’autobiografia di Ralston dal titolo – quanto mai adatto – Between a Rock and a Hard Place (letteralmente, “tra una roccia e un postaccio”, espressione idiomatica equivalente al nostro “trovarsi tra l’incudine e il martello”, N.d.T.) e vede la straordinaria interpretazione di James Franco.
Siamo andati a Los Angeles per incontrare regista e attore protagonista, che ci hanno parlato della loro ultima fatica. Ci hanno raccontato in che modo si sono accostati al personaggio e come hanno voluto onorare l’incredibile storia di Aron, pur cercando di conquistarsi uno spazio di manovra tale da mantenere un personale approccio alle vicende. Inoltre James ci ha parlato del suo nuovo film, Rise of the Apes, e Danny ha voluto condividere con noi l’emozione di essere stato chiamato a dirigere la cerimonia di apertura delle Olimpiadi del 2012 a Londra.

Danny Boyle: Quelle vesciche diventeranno molto celebri.
MO: Con te si finisce sempre a parlare di feci o urina.

Danny: Umorismo da toilette. Insomma, i film inglesi hanno sempre un sacco di scene che si svolgono in bagno. In qualsiasi altra parte del mondo non hanno problemi con i servizi igienici. Non è una gran cosa. Ma nel cinema inglese, in ogni film c’è una scena che si svolge in bagno, ve lo assicuro. Non so perché, ma c’è sempre una scena in bagno, sempre. Umorismo da toilette, non deve mai mancare. Lui riesce a rendere tutto abbastanza comico, in maniera leggera. Dice qualcosa tipo: “Non voglio mica deludere i miei amici insetti ritardando con l’evacuazione!” Poi dice un’altra grande battuta quando beve la sua urina: “Beh, non è esattamente un bel ghiacciolo”, o qualcosa del genere. È davvero buffo, e questo genere di cose è fondamentale in circostanze simili: quando sei all’inferno, una scintilla di comicità dimostra che c’è ancora vita da qualche parte.
MO: Più che chiedermi come faceva a dormire, mi domandavo come avrebbe risolto il problema del bagno… Questo cosa dice di me?
James Franco: Penso che sia necessario parlare anche di quel tipo di cose, perché la gente è curiosa, ma farlo con un tocco di ironia rende tutto più gradevole.
MO: Hai improvvisato o era nella sceneggiatura?
James: Mi pare che la battuta del ghiacciolo fosse nella sceneggiatura, ma in effetti ho aggiunto qualche cosa.
Danny: Attualmente ci sfidiamo a colpi di denunce e controdenunce. No, non è vero. È che ho appena visto The Social Network.
James: Credo che fosse una mia creazione, ho detto “Sa di piscio”… Quindi, se ti piace questa battuta…
Danny: Sì, era molto divertente. Alcuni dicono…
James: Forse quella battuta non si sente.
Danny: Sì, si sente. Aron ha detto che secondo i suoi amici è una sua abitudine: ripete le battute in modo sempre diverso. I suoi amici mi hanno detto che abbiamo ripreso questo aspetto in maniera molto accurata.

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MO: James, come ti sei avvicinato al personaggio?
Aron Ralston & James FrancoJames: Beh, abbiamo fatto un mucchio di cose. Vediamo… se non ricordo male, incontrai Danny a ottobre o novembre dell’anno scorso, e subito mi disse che per prima cosa avrei dovuto mettermi a dieta, perché nonostante Aron fosse in gran forma fisica, perse più di 18 kg in quei giorni, soprattutto a causa della disidratazione. Ovviamente non potevo perdere tutto quel peso nel corso delle riprese, ma potevo mettermi a stecchetto prima di cominciare e quindi girare le prime sequenze del film grazie al trucco. Abbiamo usato una protesi che mi mettevo in bocca per gonfiare le guance per le prime scene del film. Man mano che Aron deperiva, utilizzavamo versioni sempre più piccole, finché non ho più dovuto usare nulla e sembravo veramente scarno. Poi abbiamo incontrato spesso Aron. Mentre Danny buttava giù la prima stesura, credo l’abbia incontrato diverse volte. Aveva anche alcune… Immagino che tu abbia fatto qualche accordo con lui, ha insistito che ci fossero certe cose nel film, certe battute, perché ricordo che alcune scene erano testuali. Alcuni dei videomessaggi erano presi parola per parola, cose che ha detto nella realtà. Ma il nostro atteggiamento generale, non solo per i messaggi, è stato guidato dal desiderio di onorare la storia di Aron: avremmo fatto il possibile pur di farlo. Tuttavia, volevamo anche mantenere un nostro stile, volevamo dare un nostro tocco, scoprire da noi certe cose. Abbiamo realizzato l’amputazione come ha fatto lui, ma non abbiamo riprodotto esattamente i movimenti della sua mano. Abbiamo cercato di scoprire da soli come sono andate le cose. Idem con i messaggi vocali: avevo uno script da seguire, ma anche se lui non era molto convinto, mi ha concesso una certa libertà nella scelta delle parole. La cosa più importante è che sembrasse naturale e vero: quando abbiamo visto i video reali, ciò che ci ha colpito di più sono state la semplicità, la franchezza e la coerenza. Per poter riproporre questa atmosfera credo che Danny mi abbia permesso un po’ di libertà, ma ogni tanto mi fermavo su una battuta e mi dicevo: “Non so… Non direi mai una cosa del genere, è un po’ stupido. Chi è che parla in questo modo?” Neanche stupido, più che altro del tutto superfluo. Per esempio “Assicuratevi di dare la videocamera ai miei genitori.”
Danny: Piccole ripetizioni che è solito fare.
James: Cercavo di eliminare piccole cose, ma Danny mi diceva “A dire il vero, non chiedermi perché, Aron insiste che tu dica quelle parole.”
Danny: Per esempio. Quello faceva ridere.
James: Ma credo che tu abbia tagliato qualcosa.
Danny: Già. Sì, perché devi sempre avere il controllo di tutto. Non potevamo onorare la sua storia senza prendere un po’ le distanze da Aron. Devi impegnarti completamente, immergerti nella vicenda, ripeterti che rispetterai la sua storia nel complesso, e poi farne una tua versione. Credo fermamente in questo concetto, altrimenti si rischia di fare un reality show. Devi avere il desiderio di imbarcarti in questo viaggio con un attore. Anche prima di conoscere bene James, nel 2006 gli dissi “Voglio intraprendere un viaggio con un attore. Credo negli attori, nella loro funzione di narratori di storie. È questo il potere del cinema. Una cosa incredibile.” E non solo del cinema, che ha appena 100 anni di vita. Stiamo parlando di una storia collettiva molto più antica. Vogliamo assistere alle tragedie per vivere la catarsi, provare la forza, l’emozione, l’empatia, la paura. Tutti sentimenti che si raccolgono in te, e a quel punto entri in sintonia con la storia. Se sei un bravo narratore, a un certo punto tutto si carica in una scena, e credo che nel nostro caso sia la scena dell’amputazione, in cui il pubblico vive ogni sorta di emozioni. Alcuni sono davvero esaltati, lanciano incitazioni, altri non riescono neanche a guardare. Altri ancora quasi svengono. La gente rimane senza fiato. Ero seduto dietro a due ragazzi che hanno passato tutto il tempo a mormorare. Ecco di cosa stiamo parlando. Hai l’opportunità di farti avvolgere da un’energia strabiliante, ma devi riuscire a esercitare sempre un certo controllo.

MO: Vi aspettavate che il pubblico si concentrasse tanto su quella scena, come è effettivamente successo ai festival e alle prime proiezioni?
James: Non saprei. Danny?
Danny: Diciamo che è inevitabile. In un certo senso ci preoccupa, perché in realtà quella scena è una sorta di passaggio, una soglia verso qualcos’altro di molto più importante rispetto a ciò che Aron dice. Ovviamente ha lasciato indietro qualcosa, ma ciò che ha guadagnato è stato molto di più. Ma inevitabilmente il pubblico si concentra su quella scena, ce lo aspettavamo. Non importa se il film piace o meno, se è un resoconto efficace o no, è inevitabile che quel momento cattura prepotentemente l’attenzione. Quindi abbiamo cercato di raccontarlo il più fedelmente possibile. È la sezione del film che più si avvicina al libro. Il tempo che ci ha impiegato, più di 40 minuti. Il dolore che ha provato mentre continuava. E, cosa più importante, il punto di arrivo verso cui tende. Non è solo un atto efferato. È brutale, ma fa parte del suo percorso, non è solo un evento preso in sé, e questo l’ha aiutato a superarlo. Ha aiutato noi a superarlo, e di certo ha aiutato Aron. Non bisogna aggiungere altro sangue per aumentare l’impatto della scena, non stiamo facendo un horror, ma non devi neanche banalizzare la sequenza rendendo tutto troppo facile o non abbastanza doloroso. Ecco cosa abbiamo tentato di fare.

MO: Come avete creato la prima parte del film, il preludio al momento della tragedia?In trappola
Danny: Dunque, la prima parte affronta il suo punto di vista sulla vita, è un film che illustra una prospettiva di esistenza. La sua prospettiva, ma noi ci troviamo in un canyon insieme a lui, quindi diventa un’esperienza immersiva in prima persona. Quindi ci siamo chiesti: OK, com’è la sua vita? Cosa pensa della sua vita? Crede che sia meravigliosa. Quindi volevamo fare un film che iniziasse in maniera fantastica, solo divertimento, un divertimento irresponsabile. Non sembra uno stile di vita irresponsabile, ma lo è. Ciò che fa con le ragazze è spericolato. Uno di loro avrebbe potuto benissimo rimanerci. Non ci pensi perché quando hai 27 anni, quando passi incolume da una bravata all’altra, pensi: "Grande! E i matusa ci dicono che dobbiamo stare attenti. Ma chi se ne frega!" Non fai altro che divertirti, e volevamo rappresentare tutta l’adrenalina, l’amore per la musica, per la velocità. Fa un incidente, un brutto incidente, e come reagisce? Si fa una risata e scatta una foto al risultato. Tre anni prima che Facebook e YouTube diventassero vetrine per esporre al mondo la tua vita, lui già registrava tutto. E poi si deve fermare. Abbiamo pensato che fosse quello il punto d’accesso per il pubblico, ma volevamo anche che iniziasse come un’avventura eccitante. Così il film inizia in una maniera estremamente piacevole, ma poi si ferma di colpo e ti obbliga a riconsiderare tutto. Non si può proseguire a ritmi tanto sostenuti. A questo punto siamo obbligati a ripartire da zero. All’inizio pensa: “Sposterò la roccia. È solo un sasso del cazzo e io sono Aron Ralston. Io scalo montagne. Sono un super-atleta. Sono un concentrato di testosterone.” Abbiamo girato questa scena incredibile in cui cerca di muovere il masso. Una prova di recitazione assurda, perché sapevi che non si sarebbe spostato, perché ti ho detto che c’era una barra di acciaio che la attraversava, ma lui pensava “Adesso la sposto…” Alla fine era esausto. Ecco cosa ha dovuto sopportare Aron. Ha bevuto un terzo della sua scorta d’acqua senza neanche pensarci. Poi si rende conto che non è una mera questione di forza fisica. La cosa successiva che si dice è “Pensa, pensa.” Perché ha appena buttato via un terzo della sua vita, un terzo della sua vita futura se n’è andato in un colpo, e ora gli tocca ripensare a una strategia. È un viaggio emotivo quello cui stiamo assistendo, non solo fisico. Continua a pensare di dover agire solo fisicamente, ma in realtà deve affrontare un viaggio emotivo. Ecco l’idea del film.

MO: James, parlaci della difficoltà di lavorare con un braccio legato dietro la schiena.
James: È stato difficile? Di certo. Ma non direi… molte cose erano insolite. In genere non lavori con un braccio bloccato sotto un masso, ma non giri neanche un film senza altri attori per la maggior parte delle riprese. Quindi ci siamo dovuti sottoporre tutti, non solo io, a una sorta di adattamento. Sono sicuro che Danny è abituato a girare scene che coinvolgono molte persone, cosa che richiede un certo tipo di abilità. Se devi girare una scena di lotta, lavori con diversi attori, o una scena d’amore, li dirigi perché lavorino in sintonia, ma tutto si riduce sempre a come interagiscono fra loro. Così, quando si elimina una delle parti, si sottrae qualcosa che è essenziale al modo in cui siamo abituati a lavorare, e così dobbiamo riadattarci. Sicuramente non è una cosa consueta, ma non direi che è complicata. Non abbiamo mai pensato che stessimo facendo qualcosa di impossibile, di assurdo, che non ci saremmo riusciti. Anche se dovevamo pensare a un nuovo modo di lavorare, era comunque molto naturale. A proposito di quella scena, abbiamo girato circa 20 minuti prima che Danny ci fermasse. Abbiamo pensato che fosse un buon modo per procedere. Credo che da parte del regista sia stato un grosso investimento in termini di fiducia, perché abbiamo discusso di ogni cosa con buon anticipo, ma poi di tanto in tanto mi lasciava gioco libero. Quindi non è che dirigesse in maniera maniacale; mi lasciava libero di vivere questa esperienza, dando inoltre piena fiducia ai suoi direttori della fotografia, sicuro che avrebbero catturato la storia nel modo giusto. Le inquadrature erano preparate fino a un certo punto, le macchine erano sempre in movimento, potevano fare qualsiasi cosa, reagire nella maniera più appropriata a ogni mia azione. Tutti abbiamo imparato da questa esperienza, e abbiamo fatto del nostro meglio per raccontare una storia nel modo più naturale possibile.

James Franco & Danny BoyleMO: Rise of the Apes ti ha dato la possibilità di diventare un classico eroe d’azione?
James: Interpreto uno scienziato, un secchione, quindi non direi proprio che si tratta del tipico eroe. Ho visto 127 Hours come un’opportunità di avere un’esperienza professionale eccezionale, e a dire il vero penso la stessa cosa di Rise of the Apes, anche se la prima volta che me ne parlarono avevo qualche riserva, pensavo che saremmo andati a toccare un argomento dall’aurea mitica… E poi ho scoperto che la Weta di Peter Jackson si sarebbe occupata della CG, che avrei lavorato con Andy Serkis, alias Gollum, e che il direttore della fotografia sarebbe stato Andrew Lesnie, anche lui dal Signore degli Anelli. Sono un fan accanito della Trilogia e mi interessa scoprire sempre nuovi modi di lavorare, quindi mi sono detto: Perché no? Ho avuto questa opportunità e l’ho colta. Girare insieme a Andy Serkis è stato davvero molto interessante, e Danny e io ne abbiamo parlato parecchio. Lui interpreta uno scimpanzé: non avremmo mai potuto realizzare certe scene con uno scimpanzé vero. Andy è stato così bravo, che sembrava di recitare con una vera scimmia dalle incredibili doti interpretative. È stato grandioso, ma soprattutto è stata una novità.
MO: Stai attraversando una fase di sperimentazione, dove provi di tutto, General Hospital compreso?
James: Diciamo che mi interessa tutto ciò che è nuovo. Beh, sono curioso, ma non del tipo, “Ehi, James, perché non ti spari in un piede?”, in stile Jackass. Non ancora.
MO: Ti dedichi ancora alla lettura fra un ciak e l’altro?
Danny: Certo, ve lo confermo io.
James: Sì. Credo che durante 127 Hours questa abitudine mi abbia aiutato a mantenere il contatto con la realtà. Tutti sapevamo che questo film era molto esigente, in maniera spietata. Abbiamo lavorato in uno spazio estremamente ridotto per mesi, è stata dura. Avere un libro da leggere, una via di fuga, mi ha aiutato a conservare la sanità mentale.

MO: Cosa dobbiamo aspettarci dalle Olimpiadi?
Danny: Prima di tutto, assicuratevi un posto. No, abbiamo appena iniziato a lavorarci, ma non sarà di certo come Pechino perché… cosa potrebbe eguagliare Pechino? Nulla, così sarà totalmente diverso, un po’ più intimo, mi auguro.
MO: Sei emozionato?
Danny: Oh sì, sono molto orgoglioso che mi abbiano chiesto di occuparmene. Vivo vicino allo stadio. Alcune aree molto malmesse di Londra sono state riqualificate per l’evento. In più, sono un vero fanatico dello sport. Quindi, sì, sono davvero molto emozionato.

 

Danny Boyle's, James Franco Interview, 127 Hours

di SHEILA ROBERTS

Traduzione a cura di Ilaria Fusé

 

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