L’immortale, di Marco D’Amore

«Il terremoto è volere di Dio!». È questo uno dei commenti a caldo dopo il sisma che sconvolse l’Irpinia e la città di Napoli nel 1980. Da quei movimenti tellurici, da quell’energia divenuta sinonimo di morte e devastazione, prendeva forma il mito de L’immortale. Un ragazzino rimasto miracolosamente indenne alle macerie, destinato a (re)sistere anche quando la vita, più che un dono, più che un altro esempio della dogmatica volontà divina, sembra essere una condanna. Una dantesca legge del contrappasso.

Parte da qui lo spin-off su Ciro Di Marzio, personaggio più controverso tra quelli di un’epica chiamata Gomorra, fortunatissima serie Sky giunta ormai alla quarta stagione (con una già pronta in cantiere).

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Riparte da degli scugnizzi di strada che, nella maniera con cui vengono filmati, nella agilità con cui corrono tra i vicoli dei rioni, sembrano i niños de rua di City of God.   
La catabasi del Ciro bambino e la discesa vorticosa tra le acque del Golfo del Ciro criminale sono allora un trait d’union esemplare per giustificare un’apparentemente poco verosimile palingenesi.
Ma l’Immortale è una figura quasi cristologica nello storytelling coevo sulla malavita organizzata. Così, quel proiettile scagliato dall’ex amico Genny Savastano gli si ferma miracolosamente a pochi centimetri dal cuore e consente l’ennesima resurrezione dalle ceneri dell’Araba Fenicie.
Sarebbe allora interessante fermarsi a riflettere non tanto sulla plausibilità della causa scatenante, quanto piuttosto sull’importanza storica di un film come L’immortale, forse uno degli esempi più fulgidi di transmedia storytelling all’italiana (a questo punto, quando il videogioco?). Di per sé insolita è infatti, per il nostro mercato dell’audiovisivo, una linea produttiva che concepisce un film rendendolo un tassello imprescindibile per poter continuare ad usufruire della serie. Ma c’è dell’altro.   
Perché, tra gli effetti che Gomorra aveva avuto sulla gente, c’era stato anche un vero e proprio ammutinamento contro la morte del protagonista, quando essa avveniva alla fine della terza stagione. Le voci impazzarono sul web: il corpo dell’Immortale pareva muoversi, respirare ancora, anche quando l’abisso pareva accoglierlo in via definitiva.
Pare allora che anche il Gomorra-brand sia stato vittima delle spietate regole del marketing 2.0: il cliente/spettatore/fruitore non è più un elemento passivo della filiera ma anzi ne riscrive le prerogative, influenza la credibilità del marchio (e a differenza della serie, nel film non c’è Saviano a fare da garante).

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Per Marco D’Amore non poteva esserci esordio alla regia più complicato. Il suo è un film che tende ad accentuare la divisione in due parti della trama, giocando molto sia con gli elementi del filmico che col profilmico.
L’immortale fa un uso reiterato dei flashback, necessari a dare una rotondità al suo protagonista ma alle volte d’intralcio nell’evoluzione della linea narrativa contemporanea.  Tutta la parte relativa alla “rinascita” di Ciro sulle sponde del Baltico (che all’inizio allude a I magliari di Rosi), sembra infatti una ancora acerba mimesi del cinema di Stefano Sollima. Decisamente più convincente è invece il ritorno all’infanzia, alla Napoli del contrabbando di sigarette, ai festoni per la vittoria dello scudetto di Maradona.

L’immortale si accende di toni caldi e, pur raccontando la fame, la disperazione, riesce a trasmettere una poeticità sconvolgente. Quasi fosse Ragazzi fuori di Marco Risi.  
Per ora va bene così, ma chissà come sarebbe stato raccontare per intero la parabola del giovane Ciro, dal terremoto a quella famosa telefonata mai fatta, che diede inizio a questa moderna epopea gangster…

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Regia: Marco D’Amore
Interpreti: Marco D’Amore, Giuseppe Aiello, Salvatore D’Onofrio, Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli, Marina Attanasio 
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 116′
Origine: Italia, 2019

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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