Lubo, di Giorgio Diritti

Liberamente ispirato a Il seminatore di Mario Cavatore, non trova l’equilibrio tra la natura artigianale e quella più autoriale del regista che spegne ogni eccesso e passione. VENEZIA80. Concorso.

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Sulla linea del confine. Dalla Svizzera all’Italia (e ritorno) Lubo sembra avere l’andamento di un poliziesco. C’è l’omicidio, la fuga, il cambio d’identità, tutti elementi appartenenti al genere. Ma al tempo stesso il nuovo film di Giorgio Diritti, liberamente tratto dal romanzo Il seminatore di Mario Cavatore (edito da Einaudi), riporta a galla delle vicende poco conosciute che sono successe in Svizzera nell’arco di 50 anni quando alcuni bambini nomadi appartenenti al popolo Jenisch, definiti anche come gli “zingari bianchi”, sono stati separati dalle loro famiglie dal governo svizzero. È quello che accade a Lubo, un artista di strada che nel 1939 viene chiamato alle armi dal governo elvetico. Nel frattempo la moglie è morta per impedire alle forze dell’ordine di portare via i suoi tre figli. Lubo, disperato, si mette alla ricerca dei bambini. Poi le circostanze lo porteranno a commettere un omicidio e a spacciarsi per un’altra persona. S’innamora di una cameriera di un hotel che ha già un figlio e potrebbe costruirsi una nuova vita. Ma non ha mai dimenticato i suoi figli. E all’improvviso, il passato ritorna.

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Il dramma viene disegnato nel viso di Franz Rogowski, volto apparentemente impermeabile e voce senza acuti per non tradire la propria emozione come nella due scene in cui viene fermato alla dogana. Non ci sono i flashback di Volevo nascondermi ma anche Lubo, come Ligabue, porta sulla sua faccia le cicatrici della Storia. Con questo nuovo film il cinema di Diritti sembra a un bivio, tra la sua natura artigianale e invece una dimensione autoriale con echi decadenti viscontiani nel modo di filmare gli hotel e gli ambienti lussuosi di Lubo/Reiter nella sua nuova vita. Se nello spettacolo iniziale e nelle scene al fronte, con la fatica fisica nella camminata nel bosco, c’è il rapporto con i luoghi e la terra del cinema del regista, Lubo invece mostra una natura estranea al cinema di Diritti nel momento in cui approccia le forme del poliziesco/thriller, dove le scene di seduzione appaiono fredde così come si avverte poco la tensione che qualcosa potrebbe improvvisamente cambiare nella vita del protagonista. Non si sente l’intensità della tragedia di L’uomo che verrà e anche la vicenda mostrata appare continuamente diluita nell’arco della durata di tre ore e solo raramente riesce a coinvolgere. Si sente il peso di una recitazione studiata, costruita, forse a cominciare dallo stesso Rogowski, probabilmente volutamente straniata, ma che ottiene solo l’effetto di spegnere ulteriormente un film che ha ma non trasmette la sua indignazione nei confronti della storia né quella di alcuni personaggi. Restano solo alcune pagine belle (formalmente) di un cinema che trova qualche sprazzo di complicità (il figlio che fa i capelli alla madre) e un lavoro di ricostruzione accurato in un arco temporale che abbraccia 20 anni (dal 1939 al 1959), ma dove i paesaggi e le città (Bellinzona, Verbania) rischiano l’effetto cartolina.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2
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Il voto dei lettori
2.73 (11 voti)
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