L’uomo senza gravità, di Marco Bonfanti

La gravità può essere una metafora sull’uomo, costretto per legge naturale a tenere i piedi ben impantanati a terra, che nel corso della sua vita cerca comunque un modo per poter prendere il volo ed essere qualcuno di speciale. In questa storia, tuttavia, accade l’esatto opposto: si cerca di tenere i piedi piantati sul terreno, ricordando il come, nella società dell’apparenza, voler essere normali non deve essere considerato una vergogna o un difetto.

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L’uomo senza gravità può far pensare a un super potere, ma il film è ben lontano dal mondo supereroistico: nessun eroe in calzamaglia, nessuno scontro con i cattivi, nessun cittadino in pericolo in attesa di essere salvato, a meno che non si voglia considerare lo zainetto rosa come il suo simbolo, l’umanità con i suoi pregiudizi come il cattivo e lo stesso protagonista come persona da salvare.

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Il film di Marco Bonfanti (L’ultimo pastore), ormai al suo terzo lungometraggio, racconta la storia speciale e intima di Oscar (Elio Germano), che fin dalla sua infanzia ha dimostrato di possedere una qualità straordinaria: il suo corpo non reagisce alla gravità, pertanto, se non mantenuto con la forza di un peso o di un abbraccio, fluttua via. Per evitare che il bambino diventi un fenomeno da baraccone, la mamma e la nonna tentano di nasconderlo al resto del mondo. Tuttavia, una volta cresciuto, Oscar decide che tutti devono sapere chi è, diventando così “L’uomo senza gravità”.

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Sembra di essere in un film americano” è la battuta che suggerisce allo spettatore di vedere con nostalgia quel primo atto di un mondo che, dopotutto, conosce tanto bene; quell’inizio misterioso da fiaba, che dà i natali alla prima immagine del protagonista “speciale”, che anziché ricevere il potere per vie traverse – siano esse scientifiche o mitologiche (esperimenti, discendenza da divinità, essere morsi da un ragno radioattivo) – nasce direttamente con esso. Ma mentre i supereroi più conosciuti devono impegnarsi per nascondere la loro identità non devono fare lo stesso per quanto riguarda i loro poteri; il piccolo Oscar, invece, è costretto a nascondere sé stesso non solo al mondo ma anche al suo paesino, senza mai poter uscire di casa, nemmeno per andare a scuola, rendendolo emarginato non perché respinto dalla società, che, inizialmente, nemmeno sa della sua esistenza, ma per la paura verso il mondo.

“Batman vola come me, vero?”
“Sì, come un vero supereroe.”
“Allora perché Batman può uscire ma io non posso?”

Il regista racconta il protagonista sovrapponendolo spesso alla figura di Batman, ma questo è anche un paradosso, dal momento che Oscar ha davvero un potere, mentre se ci si pensa bene, in realtà Batman non ne possiede. La sua è una scelta, quella di essere supereroe, non un obbligo dato da terzi, ed è per questo che l’atmosfera de L’uomo senza gravità ricorda più La pecora nera di Ascanio Celestini che Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, rientrando nella categoria di quegli emarginati che hanno solo necessità di esprimere se stessi.
Ciò che rende speciale L’uomo senza gravità è il come affronta una tematica conosciuta ma sotto un diverso punto di vista: chiunque abbia un dono o un talento speciale ha il dovere di passare la vita a trovare la risposta giusta per sé stesso. Non sei costretto a tenere alta la tua fiamma, come non sei costretto a spegnerla. La verità sta sempre nel mezzo.

Il regista, Marco Bonfanti si ispira chiaramente ai testi di Italo Calvino, che cita apertamente anche attraverso i suoi personaggi. Come nei racconti di Calvino, Bonfanti prende una premessa tipica delle favole e la esplora in termini più umani, scavando nei suoi sentimenti più intimi. Come rappresentante di un riuscito realismo magico, L’uomo senza gravità raggiunge un buon equilibrio tra fantasia fiabesca e profondità realistica.
La vita adulta di Oscar si riduce a una lotta esistenziale già conosciuta: nascondersi per proteggere sé stesso e la sua famiglia dal mondo o uscire allo scoperto e scoprirne la reazione, anche a costo di rischiare di diventare una cavia da laboratorio?
Questo tema non è nuovo, ma il film lo esplora con una leggerezza premurosa che fa quasi da protagonista; e non si intende solo quella gravitazionale, ma anche quella esistenziale, la certezza che quando si sgancia lo zainetto e si sale in alto ci si libera da tutto il peso del mondo: dai contrasti, dalla pesantezza di una comunità sempre pronta a vedere gli altri in maniera avversa.
Per Calvino “leggerezza non è superficialità”: esiste una leggerezza pensosa, perché il mondo è pesante, opaco e inerte e la ricerca della leggerezza non è altro che una “reazione al peso di vivere”; è attraverso queste parole che si intuisce la natura del film, l’idea e lo svolgimento, che vogliono essere una celebrazione di quella spensieratezza e semplicità di cui ogni individuo dovrebbe beneficiare.

Come il regista stesso ha specificato, il film non vuole cercare un capro espiatorio che rappresenti il male, ma ci sono solo personaggi umani che fanno scelte umane. Probabilmente la mamma, la nonna e lo stesso paese natale di Oscar non erano e non facevano del tutto il suo interesse, come per esempio la scelta di non mandarlo a scuola o di farlo vivere in un luogo piccolo e zeppo di preconcetti, ma non è questo che il film intende incriminare. Non sono le decisioni prese per amore a finire sulla gogna, ma piuttosto quella comunità che preferisce le bugie alla verità semplicemente perché le trovano più interessanti.

Bonfanti ci ha anche raccontato che si è lavorato in sottrazione, sia per quanto riguarda il contesto registico che per quello narrativo, per arrivare il più vicino possibile al nucleo della storia. Questo però sembra aver portato il regista a fare delle scelte narrative che rischiano di portare sullo schermo una sfilza consecutiva di cliché, dimenticando il realismo magico che aveva così bene caratterizzato l’atmosfera iniziale dell’opera – magia che si perde soprattutto nella scena finale. Ma il messaggio che il film trasmette è sincero e arriva dritto al pubblico, salvato da una messa in scena funzionante, resa possibile da una regia intelligente capace di mixare il momento magico a quello realistico, il momento di libertà a quello della prigione.

 

Regia: Marco Bonfanti
Interpreti: Elio Germano, Michela Cescon, Elena Cotta, Silvia D’Amico, Pietro Pescara, Jennifer Brokshi, Vincent Scarito,
Distribuzione: Fandango, Netflix
Durata: 107′
Origine: Italia, Belgio, 2019

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