Magic Mike – The Last Dance, di Steven Soderbergh

Il terzo capitolo dedicato allo spogliarellista interpretato da Channing Tatum è una favola sull’arte, sull’amore e sulla loro “messa in scena” ai tempi del capitalismo

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Una trilogia sul ballo e sul XXI secolo diretta da Steven Soderbergh. Al terzo capitolo la vita di Michael Lane alias Magic Mike, lo spogliarellista più osannato della Florida e del cinema d’autore assume i contorni di un ampio progetto docu-fiction e truffautiano sulla storia sentimentale/professionale di un uomo. Mike attraversa tutte le fasi (e le crisi) del marketing e del capitalismo e giustamente ha la corporatura dell’ormai quarantenne Channing Tatum, il sex symbol proletario, resiliente e instagrammabile “inventato” da Soderbergh. L’uomo ormai è la cartina di tornasole di un  Paese che non è più soltanto l’America ma il mondo occidentale tutto ai tempi della globalizzazione, della crisi post-pandemica e post-metoo. E infatti non balla più, la sua attività è fallita e per reinventarsi deve accettare la scommessa di Maxandra (Salma Hayek), una miliardaria in area divorzio, impulsiva e a suo modo visionaria, e spostarsi a Londra per diventare regista teatrale e allestire e ribaltare a suon di addominali maschili, “sculacciate” e nuove politiche del desiderio Isabel Ascendant, un melodramma in costume stra-convenzionale e stra-misogino. 

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Troppe cose insieme? Dirige Steven Soderbergh dicevamo, ovvero il cineasta più umile (di fronte al testo) e più avanguardista (di fronte al “mezzo” e al “tempo”) che abbiamo oggi. È quindi normale che il film scorra liscio tanto sul piano emotivo quanto su quello concettuale, senza mai bruciare un’inquadratura, una linea di dialogo o una stratificazione teorica. E se è vero che Soderbergh a tratti sembra quasi annoiato da se stesso, dalle coreografie e dalla sceneggiatura del fedele Reid Carolin (anche produttore), si prende comunque lo sfizio di dedicare il terzo atto del film, quasi una buona mezz’ora, a filmare tutto lo show, come se stessimo vedendo in diretta un reality, o la versione dance di un film di Rocky con il palco al post del ring (e Tatum è senza dubbio il corpo più stalloniano del cinema contemporaneo).

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Magic Mike – The Last Dance è evidentemente il capitolo più “pulito” e sentimentale della trilogia. Meno acido rispetto al primo capitolo di dieci anni fa, il ballo qui diventa il portale per una scoperta che non è più solo scopica o pulsionale, ma antropologica e romantica. Del resto è un film “raccontato” da una minorenne, la figlia adottiva di Maxandra, il personaggio più soderberghiano del film. Anche per questo la storia alla fine si configura come una versione di Pretty Woman a sessi invertiti (con tanto di maggiordomo, maschio alfa “femminilizzato”, ricongiungimento e così via). La ragazzina scrive il romanzo che poi è il film che stiamo vedendo: un trattatello sul “contemporaneo” semplice e prezioso, una favola sull’arte, sull’amore e sulla loro “messa in scena” ai tempi del capitalismo, scritta, “vista” e raccontata da una adolescente che deve rispettare le regole del gioco, anche smettendo a malincuore di guardare le fasi “proibite” dello show, ma capendo perfettamente tutto sulla necessità di fotografare il desiderio, le persone, le logiche e gli imprevisti del mercato. Come da sempre Soderbergh appunto. Magnificamente, dentro/fuori le regole.

 

Titolo originale: Magic Mike’s Last Dance
Regia: Steven Soderbergh
Interpreti: Channing Tatum, Salma Hayek, Jemelia George, Ayub Khan Din, Juliette Motamed, Vicki Pepperdine, Caitlin Gerard, Gavin Spokes, Nancy Carroll, Christopher Bencomo, Kasey Iliana Sfetsios, Christie-Leigh Emby
Distribuzione: Warner
Bros. Pictures
Durata: 112′
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4 (3 voti)
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