Maledetta primavera, di Elisa Amoruso

Ci sono molti segni di un cinema già visto Ma sottopelle scorre una vibrazione inquieta, uno sfiorarsi, un cercare. Ed è lì che senti la carica vitale che va al di là dello stereotipo. #RFF15

Che imbroglio era, maledetta primavera?

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Il primo amore, le scoperte e le disillusioni di un’adolescente nella Roma degli anni ’80. Non c’è molto altro da dire sulla storia. Potrebbe essere il racconto di un’educazione sentimentale qualunque, seppur di segno lesbo. Così come potrebbe essere qualunque il ritratto di un padre che si barcamena come può, secondo la più scientifica arte di arrangiarsi, di una madre che vive di ansie e rimpianti.

Ci sono molti segni di un cinema italiano già visto in Maledetta primavera. Sarà la presenza nevrotica e sofferta della Ramazzotti, ma si avverte l’eco di Virzì, quella specie di sapore dolceamaro, di tenerezza divertita, di gigioneria innocente, che trova la sua vertigine quasi insopportabile, ma irresistibile di un Giampaolo Morelli ai limiti della caricatura. Ma sottopelle scorre una vibrazione erotica inaspettata, non sopita, ancora inquieta. Uno sfiorarsi, un cercare. Ed è lì che senti la carica vitale che va al di là di tutto ciò che nel film rasenta lo stereotipo del racconto di formazione, della foto di famiglia, la nostalgia dei bei tempi andati. Già, quell’educato luogo comune a cui l’Amoruso sembra aggrapparsi per sfuggire all’impudico della confessione, della messa a nudo. E che si riflette innanzitutto nella rappresentazione “accennata” degli anni ’80, tra Loretta Goggi, walkman, la Lambada, I Like Chopin dei Gazebo.

Questo segno vintage (parola detestabile) è sin troppo accennato per essere davvero determinante. Come se, in fondo, l’Amoruso non volesse mai lasciarsi andare a pieno alla sirena struggente del come eravamo, rifiutasse di definire il quadro, per stare solo su un tono e su qualche dettaglio. Ed è lì che ritrovi la verità della componente personale del film. Ed è qualcosa che avverti a impatto, ma di sfuggita, non so come spiegarlo. Come una specie di nota di sangue rappreso che sta là, a sporcare l’acquarello confortante dei ricordi. Perché i ricordi, in fondo, sono una dittatura a cui fa comodo sottomettersi, evitano di pensare all’urgenza dell’oggi o agli incerti del futuro, crogiolano nelle vecchie ferite per mettere al riparo dal rischio. Ma finiscono per essere un pantano. Se a questi ricordi aggiungi un desiderio, una nota di vibrazione non esausta, allora ritrovi un senso. E questo senso riposa in qualcosa di inspiegabile, in segni esoterici, in fedi pagane di madonne bianche e madonne nere, di rotture e devozioni. Ecco, Maledetta primavera assomiglia a un commiato, a un film crepuscolare, più o meno pacificato. Ma poi ti rendi conto che è solo un principio.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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