Men, di Alex Garland

Il regista presenta a Cannes il suo titolo più analogico, la storia di una ragazza ossessionata dai sensi di colpa per il suicidio del ragazzo. Il film meno complesso del regista. Quinzaine

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Il cinema di Garland anche quando se ne allontana resta emanazione di una matrice algebrica computazionale. Elementi comuni ad Ex Machina ed Annihilation, come anche la collocazione spaziale isolata in luoghi lontani dal centro urbano, insidiati dalla natura e pronti a raccogliere i rumori che si spargono nel vuoto, sono la rappresentazione di una solitudine soprattutto interiore. Stavolta Garland sceglie di moltiplicare un corpo in una caratterizzazione ideale, quello di Rory Kinnear, che dà vita praticamente a quasi tutti i personaggi maschili, dal proprietario di casa, al prete, agli abitanti del vicino villaggio. Siamo nella campagna inglese dove c’è quello che serve: la tranquillità, il silenzio, la possibilità di sentire un’amica in videochiamata per tenere un contatto con il reale. Harper, la protagonista interpretata da Jessie Buckley, è ossessionata dal senso di colpa. Ha affittato un manoir, che si scoprirà essere posto di rottura e paradosso del disordine, per superare il trauma del suicidio del marito, reso folle dalla pratica di divorzio. Siamo davanti a un altro legame che si rompe dopo quelli di Devs distrutti dalle bugie e dalla superficialità di un mondo che sembra galleggiare in un tempo sospeso lacerato dalla menzogna. La motivazione di Men solleva piuttosto problemi di violenza e di ricatti morali di una minaccia agitata come ultima speranza.
L’equilibrio si rompe quando Harper mangia una mela dal giardino, il peccato originale, fino a collassare poco dopo, quando la struttura frantuma sotto il suono della sua voce e risveglia qualcosa di sconosciuto. Il film è un’immersione psicologica, dal tunnel in cui a fatica si vede la fine, al bosco, alla chiesa invasa di idoli malvagi, una discesa recondita, dolorosa, passaggi indispensabili prima di ritrovare la luce. La musica occupa gli estremi, al pari di una parentesi, mentre il cuore della storia vive della suspense di suoni rapiti e trova il modo di riempire le pause dentro l’attesa di una quiete precipitata nell’angoscia. Il paesaggio, ancora una volta dotato di una forza misteriosa nascosta nell’immobilità, qui è un panorama espanso della mente, la fantasia abortita di un momento terribile. Inquinata dal caos del rimorso, la casa viene assediata, perde valore difensivo per essere trasformata in una trappola.

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Dramma, horror, commedia. Garland prende ispirazione da molti generi, ma lascia ancora qualcosa di personale, di immediatamente riconoscibile e chiaro. In questo ultimo periodo quello che sembra più interessarlo è l’incapacità, o forse sarebbe meglio dire l’impossibilità viste le conseguenze disastrose, di accetare la fine di un amore, un problema che riguarda soprattutto gli uomini. Ava (Ex Machina), Lena (Annihilation), Lily e Katie (Devs), Harper, i suoi personaggi femminili, sono quelli dotati di una personalità preponderante, determinazione e coraggio. Senza dubbio Men è il suo progetto meno tecnologico e complesso. Restano le analogie tematiche con le alienazioni della modernità nel rapporto simbiotico con l’antico e la memoria, la calma e l’isolamento di un destino dal quale non si può fuggire. Il viaggio nell’incubo di una donna, dove oltre l’orrore all’orizzonte appare un sorriso. Facendo le somme non il miglior Garland, ma comunque la prosecuzione di un discorso ancora da scrivere e di tracce da seguire.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3.7 (10 voti)
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