“Mi riconosco negli anonimi”. Addio a Ermanno Olmi

Ricordiamo Ermanno Olmi, deceduto oggi all’età di 86 anni all’ospedale di Asiago (era nato il 24 luglio 1931 a Bergamo) con le parole dedicategli dalla Mostra del Cinema di Venezia in occasione del Leone d’Oro alla Carriera ricevuto nel 2008. L’ultimo film di Olmi è vedete, sono uno di voi, dello scorso anno, e la collaborazione con i Taviani (Olmi segue l’amico Vittorio, scomparso il 15 aprile scorso) per Una questione privata. Presto il nostro profilo approfondito.

Ermanno Olmi, uomo di cinema di frontiera (geografica) ha scelto di vivere lontano dalle mode e dalle correnti modellando immagini e storie per conoscere e capire gli uomini. Il suo cinema, pervaso da un infinito stupore, esprime un’etica dello sguardo così vicino al mondo da apparire inattuale e “fuori dal tempo” e crede in una possibile continuità o mancanza di cesura tra lo schermo e la vita.
Ermanno Olmi ha preferito, infatti, fin dall’inizio della sua carriera operare ai margini della grande produzione e abbandonare le strade produttive tradizionali per solcare, nel corso della sua diversificata attività più che cinquantennale, vie tra le più originali e meno canoniche di tutto il cinema del dopoguerra, affermandosi come punto di riferimento imprescindibile per molto cinema indipendente, e diventando, al tempo stesso, maestro assoluto di rigore e libertà. Olmi può essere considerata una delle rare personalità della storia del cinema in grado di gestire tutti gli aspetti realizzativi dei propri film (è stato di frequente, oltre che sceneggiatore e regista, anche direttore della fotografia, operatore e montatore delle sue opere) e di sperimentare frontiere sempre nuove del linguaggio cinematografico, attraverso un uso della macchina da presa spesso innovativo e mai fine a sé stesso. Il suo uso del mezzo cinematografico, amplificatore dell’umanità propria e degli altri, si è sempre posto, indipendentemente dai diversi procedimenti stilistici scelti, al servizio dei volti dei personaggi (portatori dei segni del mondo circostante), dei loro gesti (rivelatori di valori assoluti) e dei paesaggi (espressioni altrettanto profonde delle condizioni di vita delle persone). Raccogliendo l’eredità del neorealismo, ed in particolare la lezione rosselliniana – e facendo propri stilemi di autori come Bresson, Dreyer, Resnais, Bergman, Mizoguchi – Olmi è stato capace di adattarne i principi, di elaborare un propria poetica, di sperimentare nuove modalità di costruzione e scomposizione del racconto, muovendosi con maestria in nuove e inesplorate zone di confine tra documentario e finzione, e alternando atmosfere realistiche a visioni favolistiche e fantastiche. Partendo da vicende che hanno coinvolto direttamente il suo vissuto personale (e da racconti e ricordi della propria infanzia), Olmi ha rappresentato, come nessuno mai, la trasformazione sociale e antropologica del nostro paese a partire dal dopoguerra e il passaggio epocale dell’Italia da tempi e ritmi della civiltà contadina a quelli di un’economia industriale, con uno sguardo partecipe e discreto rivolto a fatti e parole degli umili e dei diseredati. Con un’attenzione amorevole e compassionevole rivolta alle difficoltà di esistere all’interno di una società spesso disumana e disumanizzante, Olmi si è mosso alla costante ricerca di quei possibili spiragli in grado di spezzare azioni ripetute e alienate, e di quei frammenti di stupore e verità che sono la ricchezza della vita. Ha consegnato alla storia immagini e documenti indelebili dalla memoria collettiva e fatto rivivere con le sue pellicole valori, saperi e conoscenze che altrimenti sarebbero andati perduti.