"Miele", di Valeria Golino

Nella celebre puntata di Match del 1977 in cui si "sfidavano" in diretta nazionale un giovanissimo Nanni Moretti e Mario Monicelli, c'è un momento cruciale in cui il primo rivendica l'estraneità di Io sono un autoarchico al panorama della commedia all'italiana degli anni sessanta e settanta sottolineando come quel suo primo film – a differenza di quelli di Monicelli, Comencini, ecc. – tra le altre cose non volesse piacere a tutti ("E' un film avaro. Non vuole farsi abbracciare"). Ecco. Se questo Miele, primo film da regista di Valeria Golino, ha una caratteristica è proprio quella di "non volersi far abbracciare". E' un film che davvero sembra non preoccuparsi mai di piacere a tutti. Ed è certamente l'elemento più forte di questo difficile film liberamente tratto dal libro A nome tuo di Mauro Covacich che ha per tema quello – ovviamente controverso – dell'eutanasia, o più correttamente del suicidio assistito, come la stessa Golino ha tenuto a precisare pubblicamente. Irene (Jasmine Trinca), nome in codice Miele, lavora clandestinamente tra l'Italia e il Messico per aiutare le persone in fin di vita a lasciarsi morire. E' un angelo della morte dalle forme androgine, solitario, senza madre, con un padre con il quale probabilmente non riesce più a creare un vero contatto e un amante che forse non ama. Per lei il lavoro, tra viaggi intercontinetali e un fredda prassi da seguire durante le preparazioni alla morte dei suoi clienti  procede in modo scientifico, quasi automatizzato. L'incontro con una vittima diverso dagli altri, il Dott. Grimaldi (Carlo Cecchi), la spinge però a rivedere il suo mondo e la sua missione di "vita".



La Golino ricostruisce fisicamente Jasmine Trinca affidandole un ruolo difficile e filmando l'attrice con partecipazione, forza bruta. La fa interagire con la macchina da presa attraverso primi piani e pedinamenti insistiti, molto vicini a una maniera cinematografica europea
. Sono i momenti migliori di Miele, quelli in cui l'occhio della cineasta entra in simbiosi con i sussulti (psicologici, emotivi, fisici) della protagonista accelerando stilisticamente un'opera che in altri momenti gioca in modo rischioso la carta del rigore e della distanza. C'è stato  un conflitto – come confessato dalla stessa Golino in conferenza stampa – tra la ricerca di una libertà formale spinta e un rigido controllo della materia. Un conflitto che ha dato a questo film uno "strano" equilibrio, che ha finito paradossalmente con il raffreddare la materia e spegnere certi suoi pregi rilevanti. Come nelle lunghe sequenze spesso asfissianti in cui vediamo le persone lasciarsi morire davanti agli occhi di Irene, l'opera prima della Golino dopo un inizio in medias res decisamente sorprendente rischia di indebolirsi per consunzione, sfiancamento, incerto in questa sua divaricazione tra eccesso e rigore, fiducia nelle immagini (i flashback sulla neve, lo sguardo architettonico sugli spazi) e insospettabili compiacimenti intellettuali (i tanti vetri riflettenti, la staticità di certi interni con personaggi geometricamente disposti ai lati l'inquadratura) Miele si rinchiude troppo nelle sue (intelligenti) preoccupazioni e anche nel suo "non volersi far abbracciare". Ha avuto coraggio la Golino. E ha dimostrato di saper girare. Nella prossima occasione speriamo non abbia troppa paura di emozionare con "cose" semplici.

Titolo originale: Id.?
Regia: Valeria Golino
Interpreti: Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Libero de Rienzo, Vinicio Marchioni, Iaia Forte

Origine: Italia, 2013?
Distribuzione: BIM
Durata: 96'