Mother’s Day, di Garry Marshall

Sono passati cinque anni dall’ultimo capodanno a New York ed ecco, finalmente, un’altra festa. Come se i giorni feriali non esistessero. Mother’s Day, la festa delle mamme, quelle vere e quelle putative, le biologiche, le adottive, le regolari e le fuori norma. Ma la mamma è sempre la mamma, si sa, e i legami sono più forti di ogni deviazione, rottura, incomprensione o abbandono. Garry Marshall intona ancora una volta il suo inno di lode alle donne, quelle mogli, amiche, madri e… che sono il vero centro e motore del suo universo. Gli uomini stanno lì a far da spalla, dichiarano la loro devozione, tengono in piedi i resti, o, al massimo, fanno la parte dei consiglieri invisibili, degli angeli custodi, come il sempiterno Hector Elizondo (as always…).

Il racconto è corale, decine di personaggi, come in Capodanno a New York, Appuntamento con l’amore. C’è la donna in crisi d’età, Sandy/Jennifer Aniston, che deve fare i conti con un matrimonio fallito, con la nuova fiamma del suo ex marito, una ventenne da schianto e con i figli da “condividere”. C’è il vedovo, Jason Sudeikis, alle prese con un lutto che non riesce a superare e con due figlie che, dal canto loro, vogliono continuare a vivere. C’è Jesse, Kate Hudson, in perenne conflitto con i genitori ultraconservatori, che non accettano il suo matrimonio con un dottore indiano e men che meno l’omosessualità dell’altra figlia, Gabi. C’è la giovane coppia in cerca di definizione, tra lavoretti al pub, sogni di gloria e un matrimonio costantemente rimandato. E, su tutto, una conduttrice televisiva di gran successo, donna in carriera tutta d’un pezzo, apparentemente senza affetti, fino a scoprire il segreto che si porta dentro. È lei, il volto marshalliano di Julia Roberts, a garantire un’effettiva connessione di tutte le storie, tra le strade di Atlanta. Ma è una connessione ormai esilissima, tanto più che stavolta il grande appuntamento promesso, la sfilata dei carri per la festa della mamma, abortisce sul nascere.

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MD_20272.CR2Già, è come se per Marshall, nel passare da una celebrazione e l’altra, non ci fosse l’intervallo della “vita vera”, con la sua grigia quotidianità. Solo Happy Days che si susseguono con la stessa vorticosa forza di un musical senza note, capace di autogenerarsi solo per la pura forza motrice dello spettacolo, con la sua parata di stelle (e strisce), l’esperienza ludica della narrazione, che si dipana in traiettorie rapidissime e risolve i conflitti nella perfezione preconfezionata degli happy ending. Ma qualcosa sembra essersi rotto. La superficie è ancora scintillante, luminosa, rassicurante. Ma all’interno della sfera c’è come un’incrinatura, che rischia di mettere a repentaglio l’intera struttura del cristallo. Forse il tocco del maestro, con l’età, dà segni di stanchezza. Il movimento tra una storia e l’altra, che nei film precedenti aveva una magica facilità, sembra essersi fatto più impacciato. Non tutte le scene funzionano per tempo e ritmo, a volte le gag languono, altre volte vanno troppo per le lunghe, fino a spegnersi stancamente (il camper con i freni rotti inseguito dal carro-utero…). Gli stessi equilibri della scrittura ne risentono (il trio Matt Walker, Tom Hines, Anya Kochoff non sembra a prova di bomba). Il film non corre più come un treno nella notte. Epperò è come se attraverso tutti questi squilibri, queste microfratture nelle trame delle spettacolo, venisse alla luce una verità più profonda, quel senso di umanissima fatica nel dover mandare avanti a tutti i costi le cose, di dover far ridere nonostante tutto, le crisi, gli anni, le perdite. Quando Sudeikis, irresistibile e dolentissimo, rivede le immagini della sua amata moglie, marine morta in missione (e si getta un ponte ideale con il personaggio di Halle Berry in Capodanno a New York), quando ci accorgiamo che quella donna ha il volto di Jennifer Garner, un fantasma riapparso dal passato, tutto prende il sapore di un appuntamento con l’amore mancato, una promessa di felicità venuta meno. La commedia è solo un contenitore che contiene in sé le cento, mille piccole tragedie quotidiane. Quelle prodotte dal tempo. Le cela con un sorriso. Ma è solo un velo che non trattiene la commozione. Come ci ricordano un po’ tutte le mamme del film, a partire da Julia Roberts e Jennifer Aniston. Dell’amore non restano forse nient’altro che delle immagini. Ma che immagini.

 

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Titolo originale: Id.

Regia: Garry Marshall

Interpreti: Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts, Jason Sudeikis, Britt Roberson, Timothy Olyphant, Hector Elizondo, Jack Whitehall

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 118’

Origine: USA, 2016