Muhammad Ali, di Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon

Un documentario centrale per il racconto della blackness, che tra le righe della narrazione sportiva riflette su Muhammad Alì come icona culturale e ne aggiorna al presente il potenziale simbolico

Muhammad Ali, il doc fiume (più di sette di durata divise in quattro parti) di Ken Burns, Sarah Burns e David McMahon su quello che è riconosciuto più grande pugile di tutti i tempi, passa alla Festa del Cinema di Roma negli stessi giorni in cui Kanye West, altra fondamentale icona black, ufficializza il cambiamento del suo nome in Ye.

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Anche il documentario ragiona sulla questione centrale dell’identità, a partire da quel cambiamento nel nome, da Clay ad Ali, attraverso cui il pugile ha abbracciato la fede islamica, o nella domanda, What’s My Name?, che Alì lancerà provocatoriamente sul ring agli avversari che sminuiranno la sua scelta.  Ma è un compito complesso, soprattutto in un momento in cui il digitale maschera proprio le identità, le modifica attraverso l’autofiction da social o, come nel caso di Alì, la fa dialogare con una blackness che non ci si può limitare a mettere tra parentesi o storicizzare.

Il documentario parte da questa crisi e diviene affascinante prodotto di confine, tra l’impianto orgogliosamente tradizionale della ricerca, ed il passo ipertestuale dei doc da piattaforma, in cui l’indagine viene continuamente movimentata da digressioni che incrociano il campo di ricerca dalle angolature più svariate, dalla storia della boxe professionistico ai rapporti tra sport e mafia, dall’ideologia della Nation Of Islam. Muhammad Ali evita il rischio di un’indagine compilativa e, sottotraccia, riconosce quanto tutto, anche la biografia, non possa evitare di appoggiare su immaginari pre-esistenti per sostenersi. Si tratta di un punto di svolta per il documentario di Burns, che non solo vivacizza il racconto facendolo muovere tra le atmosfere fumose di Ellroy e gli scritti di Ta Neishi Coates ma che soprattutto libera il pugile da qualsiasi lettura celebrativa. Burns, però, non si limita a riflettere con lucidità su alcune zone d’ombra della vita del pugile, tra razzismo latente, rapporti controversi con la Nation Of Islam e compromessi con i bianchi, ma lavora lucidamente per rivivificare l’icona Mohammad Ali. Si torna, dunque, all’immaginario, nel coraggioso tentativo di far dialogare la blackness del campione con quella contemporanea, quasi a voler considerare Alì un precursore di quelle istanze.

Muhammad Alì

Da questo prospettiva, senza mai abbandonare la dimensione del racconto sportivo, Muhammad Ali è un fondamentale saggio di semantica e comunicazione che nell’analizzare i modi in cui il pugile ha costruito la sua immagine, riflette su tutti quegli strumenti spuri con cui Alì ha preso posizione nel contesto socioculturale con cui si confrontava, i cui relitti sono sopravvissuti, riconfigurati, fino a noi divenendo centrali nel racconto di certe minoranze: gli scambi aggressivi con i suoi avversari ricordano i dissing hip hop, il tormentone motivazione Rumble Young Man Rumble pare tornare nell’I Took It Personal di Michael Jordan, mentre gli esperimenti di stand up militante sono riemersi nel flusso di Netflix e negli speciali di artisti come Dave Chapelle.

La regia, a tratti non riesce a mantenere costante il controllo sui materiali su cui costruisce il film ma è indubbio che il suo sia un progetto centrale per il racconto della blackness, che non si accontenta di risposte precostituite, o di strade semplici, ma lavora in prima persona a contatto con un mito culturale per esplorarne il potenziale comunicativo a contatto con la contemporaneità, a rimarcare quanto uno dei simboli del presente non sia il dato fisso, incontrovertibile ma il continuo, libero flusso di informazioni in costante discussione ed evoluzione.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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