Nicolas Philibert: una lezione di cinema (e umanità)

Philibert ha raccontato alla Cinémathèque Française sua esperienza a La Borde, dove, tra scrupoli e reticenze, ha usato la macchina da presa per avvicinarsi al mondo della psichiatria

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Nicolas Philibert ha tenuto una lezione di cinema alla Cinémathèque Française sabato 23 marzo, in occasione della rassegna a lui dedicata.
Una lezione di cinema, ma soprattutto, di grande umanità, che ha avuto luogo nella sala Henri Langlois, dopo la proiezione del suo film del 1996, La moindre des choses.
“Quando mi hanno chiesto che film proiettare ho esitato un po’ tra questo e Retour en Normandie, un film che ho girato dopo Être et avoir, un film molto intimo, dove mi sono sentito implicato. Si trattava di un’avventura, cinematografica e personale. Ho esitato ma poi ho scelto La moindre des choses, un film davvero importante nel mio percorso. Quest’incontro con il mondo della psichiatria è stato per me fondamentale perché è un mondo che disturba, sconvolge, rivoluziona; che vi pone delle domande e vi parla del mondo, dello stato della società. Si tratta di un film che mi ha portato a ripensare tutto il mio lavoro. Cosa vuol dire andare in luogo di sofferenza con una macchina da presa? È l’occasione di porsi tutte le domande, sul cinema, su di noi, ecco.”

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Philibert conosceva già La Borde, clinica psichiatrica fondata da Jean Oury e divenuta celebre grazie a Félix Guattari e Gilles Deleuze. “Questo film l’ho fatto indietreggiando. Delle persone che avevano visto La ville Louvre e che avevano lavorato a La Borde mi hanno detto “Devi venire a La Borde”, aggiungendo ironicamente “è il posto per te!” Ho esitato molto.”

Philibert ha visitato La Borde tre volte prima di decidere di fare il film. “Andare con la macchina da presa in un luogo di sofferenza mi sembrava un atto di violenza, avevo tanti scrupoli. I miei amici hanno insistito per un anno e ci ho messo un anno per decidermi ad andare. Sono arrivato una sera di dicembre del ’94. Il parco era buio, c’erano delle ombre, delle persone che passavano, non mi sentivo tranquillo. L’indomani ho cominciato a parlare con gli uni e con gli altri. Come vedete nel film, non è chiaro chi è chi, se si tratta di un paziente o di un operatore sanitario e mi chiedevano “Ah lei è venuto a fare un film?” e gli spiegavo “Non so, ho reticenze, vedremo” e spiegando i miei scrupoli, le persone con cui parlavo si sono messe ad incoraggiarmi “L’aiuteremo noi, non si preoccupi. Ha paura di strumentalizzarci con la macchina da presa? La aiuteremo.” Ho finito per dirmi, “Può essere” ma non ero ancora deciso. Sono tornato due mesi dopo con una bobina. Abbiamo fatto una proiezione di Le pays des sourds, per chi voleva, per farmi conoscere. Poi ci sono stato una terza volta, nel mese d’aprile, sempre per due giorni e a quel punto ho scoperto che ogni anno preparavano uno spettacolo teatrale. E lì mi sono detto, “Beh, se fanno lo spettacolo teatrale vuol dire che le persone si sentono in grado di mostrarsi, di studiare un testo, di indossare costumi, di recitare…” Allora ho capito che potevo andare con la macchina da presa a filmare a La Borde. Ma potevano esserci persone che si sentivano di mettersi in scena ma non di essere riprese… In ogni caso questo è stato l’inizio, è stato il teatro a farmi decidere.”

Pacioso e rispettoso, Philibert ha raccontato come ha aggirato il problema di coloro che non desideravano essere ripresi. “C’erano delle persone che avevano voglia di partecipare allo spettacolo, senza essere per forza filmate. Vi farò un esempio. Nell’orchestra c’era un ragazzo che suonava la chitarra, non voleva essere mostrato come paziente a La Borde. Ero un po’ imbarazzato perché volevo filmare le prove, dunque gli chiesi se potevo filmarlo di spalle, nessun problema. Gli chiesi se potevo filmare un dettaglio delle sue mani che suonavano, nessun problema. E poi, ecco che a qualche giorno dalla prima, la regista teatrale decide di posizionare i musicisti in mezzo, frontalmente durante lo spettacolo. E si sarebbero visti i volti. Allora i pazienti hanno deciso che i musicisti avrebbero indossato delle maschere e hanno creato delle maschere magnifiche, per proteggere l’anonimato.”

Sostiene di non avere un “metodo Philibert”. “Certamente i miei film sono marcati, un altro cineasta farebbe le cose in modo diverso, è chiaro. Ma che importa? Non avevo in testa dei modelli. Ho provato a fare un film tutto mio. Mi era già successo di filmare dentro a delle istituzioni, La maison arabe du monde, o in delle scuole. Ma non erano questi i miei soggetti. Ecco, erano dei pretesti. Insomma, forse non esattamente dei pretesti ma erano delle occasioni per parlare di qualcosa che mi oltrepassa.”

Il suo approccio spontaneo gli ha permesso di dialogare e conoscere sia pazienti, sia psichiatri e infermieri del luogo. “Il soggetto del film è il film. È l’incontro. I miei film vanno verso l’incontro. Io esisto attraverso i miei film. Non sono come Michael Moore. Non sono neanche un giornalista. Sono lì, con loro, completamente. Come una sorta di mediatore tra gli spettatori e le persone filmate. Faccio film per imparare. Per imparare e comprendere. È un cinema dell’incontro. La macchina da presa mi permette di avvicinarmi alle persone. Mi permette di avere meno paura. Faccio film per capire il mondo. Per capire se abbiamo delle cose in comune, delle cose da dire.”

La moindre des choses ha dato inizio ad un percorso, che, quasi trent’anni dopo, Philibert rivive e riscopre attraverso la trilogia Sur l’adamant, Avarroès et Rosa Parks e La machine à écrire et autres sources de tracas (quest’ultimo uscirà nelle sale francesi l’8 aprile).

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