Oh, Canada, di Paul Schrader

Il cineasta statunitense ritorna a Russell Banks con un impietoso, tenerissimo film in cui la lucidità della teoria alimenta la vita della materia. CANNES77. Concorso

--------------------------------------------------------------
INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER LA POSTPRODUZIONE, CORSO ONLINE DAL 17 GIUGNO

--------------------------------------------------------------

Il dispositivo per le interviste inventato da Leonard Fife, il pluripremiato documentarista protagonista di Oh, Canada, in realtà ne ricorda uno utilizzato da Errol Morris (tra l’altro esplicitamente citato da Paul Schrader). Un sistema di specchi e di teleprompter che permette di creare un contatto visivo tra l’intervistato e l’intervistatore. Quindi, fondamentalmente, un a “tu per tu” con lo spettatore. Chiaramente l’intento è quello di eliminare la situazione di stress del confronto con la macchina da presa, per creare una situazione più immediata, da “confessionale”. Ma quando Fife ne parla, tira in ballo Freud e la sua particolare posizione d’attenzione e d’ascolto. Dal piano della confessione sposta l’obiettivo verso la psicanalisi. La “verità”, se si può davvero utilizzare questa parola, non è certo immediata, non è il frutto di una dichiarazione cosciente, lucida, coerente. È qualcosa che va dissotterrato e riportato alla luce. Molto spesso nel rapporto con l’altro. Che sia l’analista o il documentarista, poco importa. Ma qui non c’è nessuno a poter tirare fuori una verità. L’ambiguo e mediocre Malcolm, l’ex allievo che dirige l’intervista, non ha neanche la possibilità di fare una sola domanda tra le venticinque che ha “accuratamente” preparato con la moglie Diana, per ripercorrere la vita e la carriera del Maestro. Fife non gliene dà il tempo. lo interrompe bruscamente e prende il controllo della situazione. E seppure la domanda arriva, la elude, parla d’altro, devia. Ma per arrivare a cosa?

--------------------------------------------------------------
CORSO ESTIVO DOCUMENTARIO DAL 24 GIUGNO!

--------------------------------------------------------------

L’obiettivo del vecchio regista, ormai sul punto di morte per un cancro in fase terminale, è di fare a pezzi la sua immagine fittizia e ampiamente mitizzata che si è creata negli anni. Quella del grande autore “impegnato”, sempre coerente nel suo percorso politico, di cinema e di vita. Per svelare finalmente la verità di sé, come un ultimo dono alla moglie Emma, la donna che lo ha accompagnato per anni, nella vita e nel lavoro, e di cui richiede costantemente la presenza, al suo confessionale e al suo capezzale. Ed è una verità, quella di Fife, fatta di diserzioni continue, a cominciare dal grande gesto “iniziale”, la fuga in Canada per evitare la leva e la guerra in Vietnam. Un evento simbolico che racchiude ogni singolo momento della sua vita personale, costellata di abbandoni, di responsabilità rinnegate, di “tradimenti”.

----------------------------
UNICINEMA QUADRIENNALE:SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

Paul Schrader ritorna a Russell Banks, dopo la sua versione di Affliction, uno dei vertici più straordinari e angoscianti della sua filmografia. E sceglie di trasporre Foregone (I tradimenti, appunto) uno degli ultimi romanzi dello scrittore, morto nel 2023. Ritrova un fenomenale Richard Gere anni dopo American Gigolò. E, tra le tracce nascoste di Oh, Canada, ammette la suggestione di raccontare la vecchiaia di quel personaggio, sebbene Leonard Fife non sia certo Julian Kay. Ma nel ripercorrere la vita intera di un uomo, si allontana dalle variazioni bressoniane, per tornare a quella vertiginosa sperimentazione “biografica” di Mishima, fatta di stratificazioni e di sdoppiamenti caleidoscopici. Un film in cui si moltiplicano i piani e le istanze della narrazione. In cui la biografia si confonde con l’opera, i colori cedono il posto al bianco e nero e si espandono le pratiche e le forme del cinema – sono davvero straordinari i frammenti dei documentari di Fife, dal primo psichedelico film sull’Agent Orange, l’arma utilizzata dagli Stati Uniti nel Vietnam, che ricorda le pratiche underground degli anni ’60 e ’70, ai reportage d’assalto sulla caccia alle foche. Fino al documentario sul processo a un prete pedofilo, messo a nudo in un primo piano implacabile, senza stacchi…

Da calvinista e da regista, Schrader non può credere all’autorità e al potere espiativo del “sacramento” della confessione. Sa che tra le pagine dei racconti e i quaderni dei diari, l’inchiostro scolora e bisogna far i conti con le omissioni e i fraintendimenti. Per questo nella versione di Fife, tra la nebbia dei ricordi, della malattia e dei farmaci, le traiettorie della storia si confondono. Il percorso diventa un labirinto di frammenti esplosi nell’avanti e indietro nel tempo, che faticano a ricomporsi in un’unità coerente. Le cose si ripetono, i volti si duplicano (perché Emma e Gloria hanno lo stesso volto di Uma Thurman? È un cortocircuito della memoria di un vecchio malato o una connessione tracciata nelle interpretazioni dei segni?). I riflessi deformano la realtà, aprono altre dimensioni dello spazio-tempo. Come in quella straordinaria scena in cui, nel bel mezzo di un flashback, il giovane Jacob Elordi cede il posto all’anziano Richard Gere, ma continua ad apparire nello specchio alle spalle del personaggio. L’occhio inganna e quello che sembra un dato acquisito lascia il posto al dubbio. Il viaggio a Cuba, la diserzione… altro momento fondamentale è quello della visita di leva, che sembra omaggiare Un mercoledì da leoni di Milius.

Ma soprattutto Oh, Canada è un film in cui la teoria alimenta, in ogni istante, la vita della materia. In cui la fede nelle immagini non è qualcosa che ha fare con la loro evidenza, con la loro capacità di restituire corpi, volti, gesti, azioni, dettagli. Né con il funzionamento della macchina. Il dispositivo resta un’illusione e neanche la microcamera nascosta, quella mosca sul muro con cui Malcolm crede di poter catturare l’istante finale, può cogliere il dettaglio essenziale. Quelle labbra che si muovono e che pronunciano le parole segrete. No, la fede nelle immagini è qualcosa che ha a che fare con l’empatia, come Schrader ha tenuto più volte a ricordarci. È questione di umanità, di sensibilità, di intuizione. E, proprio per questo, Oh Canada è un film impietoso e tenerissimo sulla vecchiaia, la morte temuta e vista, sullo spettro della malattia. Sui pentimenti e sugli errori fatti, seppur necessari. Sul bisogno d’amore e l’insopprimibile richiamo della libertà.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)
----------------------------
SCUOLA DI CINEMA TRIENNALE: SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative


    Scrivi un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *