Omicidio all’italiana, di Maccio Capatonda

Con Omicidio all’italiana, Maccio Capatonda continua il suo percorso d’apprendimento cinematografico, piegando la sua comicità borderline ancora dentro i confini del mezzo-lungometraggio.

Acitrullo è una dimenticata frazione a qualche chilometro da Campobasso. Composto da quattro case arroccate su due vie, con una popolazione che conta solo 16 anime, quasi tutte over70, e attrazioni rinomate che consistono in quattro salite (o discese, dipende dai punti di vista), il paesino, nonostante i tentativi del suo entusiasta sindaco Piero Peluria, è seriamente a rischio di estinzione. Solo grazie all’improvvisa morte dell’odiata contessa del luogo (un miracolo del santo patrono San Ceppato?) Peluria avrà finalmente per le mani lo strumento ideale per risollevare le sorti della sua comunità, imbastendo un incredibile caso di cronaca nera che attirerà le attenzioni di tutta l’Italia.

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Con Omicidio all’italiana, la sua seconda regia, Maccio Capatonda continua il suo percorso d’apprendimento cinematografico, piegando la sua comicità borderline ancora dentro i confini del mezzo-lungometraggio. Se Italiano Medio, tradito dalle ingenuità proprie di un’opera prima, pagava la difficoltà dell’autore di adattare completamente la velocità frammentaria degli sketch e delle battute ai tempi tecnici della durata cinematografica, qui, invece, la storia ha il chiaro obiettivo di svilupparsi unicamente come film. La vicenda tragicomica del sindaco Peluria e di suo fratello Marino, alle prese con la messinscena nera del delitto perfetto, pur dimostrando la fatica concettuale di Capatonda nel pensare “in lungo”, ha un concept intelligente che sa svolgersi all’interno di una struttura solida. Anche il discorso sociale possiede una sua robusta efficacia (fenomenale il personaggio di Sabrina Ferilli), soprattutto grazie alla scelta di preferire il paradosso grottesco alla satira cinica e pedante.

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Il problema di Omicidio all’italiana, e in generale del cinema di Capatonda, però, nonostante i tentativi artistici e gli evidenti passi in avanti, risiede principalmente nella difficoltà autoriale di liberarsi dai meccanismi di una comicità, già troppo strutturata dall’esperienza televisiva, che scade spesso nell’autoreferenziale. Capatonda e il suo fedele sodale Ballerina sembrano divertirsi talmente tanto, nell’ideare le loro folli storie, da perdere il focus delle loro trovate eccessive e delle loro gag ripetute, accontentandosi spesso di ripetere il solito (anche se riveduto) repertorio. Soprattutto dal punto di vista delle invenzioni linguistiche, il cavallo di battaglia del comico abruzzese, la creatività si confonde con la furba (e riuscita) maniera, perdendo cosi il confronto con le vette artistiche di inventori dialettali come Mattia Torre e Corrado Guzzanti (il personaggio dello zio “bifolco” di Ogni Maledetto Natale, ad esempio, nel paragone divora i personaggi di Maccio).

 

Regia: Maccio Capatonda

Interpreti: Maccio Capatonda, Herbert Ballerina, Ivo Avido, Sabrina Ferilli, Fabrizio Biggio, Antonia Truppo

Origine: Italia, 2017

Distribuzione: Medusa Film

Durata: 99’

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