Peppermint Candy, di Lee Chang-dong

Oltre alla narrazione “a ritroso”, ciò che ad oggi colpisce del film è la capacità di ridiscutere la transizione dal militarismo alla democrazia attraverso i traumi di un ex soldato coreano. Su Mubi

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La fine di ciò che (ancora) non è iniziato. Potremmo partire da queste sfuggenti parole, per sondare l’enigma con cui Lee Chang-dong presenta l’incipit di Peppermint Candy. L’origine di un mistero che ha nelle urla insensate del protagonista il controcampo iconografico di una sperimentazione narrativa ermetica, quasi inaccessibile per come crea significato sulla base di un continuo rifiuto alla trasparenza. Vediamo perciò l’uomo agitarsi, muoversi irrequieto tra un gruppo di “amici” che non comprendono l’impellenza del suo grido d’aiuto, né desiderano ascoltarlo. Qualunque cosa esca dalla sua bocca è destinata a strozzarglisi in gola. Al punto che, delle tante parole farfugliate nel dolore, riusciamo ad afferrarne solamente una, spezzata dall’arrivo di un treno. “Ritornerò!” grida. Ma la sua, di storia, è già finita. Quella del film, invece, è appena iniziata.

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Qual è allora il senso di quello strillo finale/iniziale? La risposta, sembra suggerire Lee Chang-dong, sta tutta nel modo in cui il racconto disvela i suoi enigmi. In quell’operazione “a ritroso” che porta le singole sequenze a concatenarsi tra loro non per una mera consequenzialità narrativa, ma per la rottura del loro stesso continuum temporale. In Peppermint Candy perciò la linearità non implica partire da un punto “A” (passato) per arrivare ad un punto “B” (futuro), ma l’esatto contrario. Ogni segmento qui precede, e non segue temporalmente quello successivo. Secondo quell’approccio immediatamente ripreso da Memento e Irréversible, che il cineasta qui lega alla necessità di una rivelazione (anti)catartica. È così che il culmine della parabola di dolore di Yeong-ho (Sol Kyung-gu) diviene l’aggancio per un tuffo nella memoria passata. Una cornice traumatica (e traumatizzante) che trova la sua dimensione reale nelle ferite storico-politiche di un intero paese. Spinto, alla fine degli anni ’90, a rinegoziare gli eventi perturbanti che lo hanno condotto all’agognata (e dolorosa) svolta democratica.

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Non è un caso, infatti, che il film si snodi a ritroso tra la primavera del 1999 e la fine del ’79. Ovvero all’indomani della disastrosa crisi finanziaria del ’97 e al principio della più grande tragedia civile della storia coreana. Quel che vediamo all’inizio è perciò la fine di un percorso (storico) ancora ignoto, il capolinea esistenziale di un uomo di cui Lee ci mostrerà ogni svantaggio socio-economico. Ed è così che in Peppermint Candy il regista intreccia il disvelamento dei conflitti del protagonista all’anelito di conoscenza del pubblico. In questo modo, più il film afferma delle verità sul personaggio, più lo spettatore è lasciato al buio, costretto a riempire gli spazi vuoti di punti/situazioni che avranno una conclusione solamente al termine (e quindi, all’inizio) della storia. In direzione di un meccanismo drammatico che agisce sempre per anticipazione, come se i singoli oggetti/incontri potessero assumere significato solo un istante dopo la loro comparsa sullo schermo. All’inizio, infatti, le “caramelle alla menta” del titolo non ci dicono nulla. È in seguito al viaggio nella memoria (individuale dell’uomo, collettiva del paese) che diventano il simbolo di una crisi passata non più rimarginabile. Lasciando Yeong-ho in preda ad un oblio perenne. In cui gli eventi della nazione fanno da preludio a ciò che verrà. O a ciò che è già traumaticamente avvenuto.

Se le urla iniziali ci suggeriscono di legare le azioni del protagonista al dissesto socio-economico in cui versa la Corea post-crisi, il racconto del suo passato apre a orizzonti più ampi. Perché quel che il cineasta vuole affermare attraverso le gesta di un uomo fallibile, è la stigmatizzazione del passato militarista del proprio paese, di cui Yeong-ho non è semplice vittima, ma contributore e artefice. E al di là della sperimentazione narrativa o dell’influenza sui posteri, ciò che davvero colpisce di Peppermint Candy è la capacità di ridiscutere la Storia mediante una figura estremamente controversa. Colpevole, in quanto soldato/agente, di stare dalla parte degli oppressori militari, e di ostacolare con le sue azioni le rivendicazioni democratiche dei suoi concittadini. Eppure non possiamo che ritrovarci a soffrire insieme a lui. Alla pari di Secret Sunshine, le urla strazianti del protagonista arrivano come un pugno nello stomaco. Fino a dischiudersi in un ultimo sogno di (apparente) libertà. “Non sono mai stato in questo posto, eppure mi sembra di averlo già visto” dice sul finale un giovane e inconsapevole Yeong-ho. Nei suoi occhi c’è il riflesso di una tragedia (futura) che si è consumata da tempo, e di cui solo il pubblico è testimone. Ma la sensazione di déjà-vu non può che prefigurare un avvenire già passato, dal richiamo talmente potente, che segna il destino prima ancora del suo compimento. E allora a Yeong-ho non resta che sdraiarsi sulla spiaggia e piangere. Ode un fischio, ma all’orizzonte non c’è nessun treno. Il futuro lo ha già condannato…

Titolo originale: Bakha Satang
Regia: Lee Chang-dong
Interpreti: Sol Kyung-gu, Moon So-ri, Kim Yeo-jin, Suh Jung, Go Seo-hee, Kim In-kwon, Lee Dae-yeon, Kim Kyung-ik, Park Se-beom
Distribuzione: MUBI
Durata: 130′
Origine: Corea del Sud, 1999

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
Sending
Il voto dei lettori
4.67 (3 voti)
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