Rue Garibaldi, di Federico Francioni

Il nuovo documentario di Francioni, vincitore al Torino Film Festival Torino Film Festival, comincia il suo avventuroso viaggio nelle sale. Una storia di luce che emerge dal buio

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È davvero un bel lavoro il tuo”, dice un certo punto Rafik a Federico Francioni. Accompagnare le persone in un frammento di vita, per raccontarne le storie e scrivere, in qualche modo, il loro diario di bordo. Una definizione possibile del “mestiere” di documentarista. Ma tra le righe, emerge la questione del come. Da che posizione guardare? In che modo? Stare dentro o tenersi a distanza? Francioni cerca il suo modo. Dal momento stesso in cui incrocia Rafik e sua sorella, intuisce un’energia segreta e una storia forte. Due ventenni siciliani, ma di origini tunisine, partiti per la Francia in cerca di una “vita migliore”, eppure alle prese con la fatica di ogni giorno e la sensazione di uno sradicamento infinito. E quando Ines invia un lungo vocale (proprio quello su cui si chiude Rue Garibaldi) per iniziare a svelarsi, Francioni coglie al volo l’occasione. Si stabilisce per settimane a casa dei due ragazzi, alla periferia dimenticata di Parigi, dorme sul loro divano, condivide impegni, pause, scelte e ripensamenti, entusiasmi e paure. E filma, nell’attesa di quell’istante in cui il quotidiano sa farsi racconto.

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Ecco, se il cuore del documentario, il più delle volte, sta nella verità della relazione tra chi riprende e chi si offre all’obiettivo, di certo Rue Garibaldi vive al ritmo di questo cuore. Perché Francioni non è un puro e semplice osservatore (semmai fosse possibile…), si fa tirare dentro dai suoi “protagonisti”, è chiamato in causa. Anche se cerca di mantenere un equilibrio, di conservare quella minima distanza necessaria alla riflessione, alla possibilità stessa di mettere in forma il corso indistinto, fluido delle cose. Per scegliere, quindi, cosa mostrare e cosa no. E così si assume la responsabilità di un punto di vista parziale: non esce quasi mai dallo spoglio appartamento dei due ragazzi, qualcosa a metà tra il rifugio e l’esilio, in cui Ines perde le sue giornate nell’attesa di un nuovo slancio. Compie una scelta estetica precisa, lavorando sulla metafora di un’immagine in cui la luce emerge e si fa strada in una costante penombra. E sottolinea l’invasiva, deformante presenza dei dispositivi, delle connessioni smartphone, dai social ai tutorial sugli investimenti azzardati e i favolosi guadagni rapidi. Insomma, Francioni cerca di inquadrare i problemi, di mettere in prospettiva le fragilità di uno spaesamento generazionale. Ma non per questo il suo sguardo diventa estraneo, giudicante. Anzi, è costretto a un’adesione emotiva piena, a tratti travolgente. Perché non è certo un caso che, proprio come nel precedente The First Shot, girato insieme a Yan Cheng, Francioni si rapporti a ragazzi più o meno suoi coetanei, in cui riconoscersi e riflettersi, in qualche modo. Quasi, tra le righe, ci sia il desiderio di svelarsi attraverso l’esperienza degli altri. E diventa così, a poco a poco, evidente come tutto il tentativo di combattere “contro un film che poteva essere troppo compiacente” sia il segno di una questione più intima, personale.

C’è un istante rivelatore. Quando Federico Francioni accompagna Ines a un colloquio di lavoro in centro, a Parigi, probabilmente assistiamo alla scena in esterni più lunga di tutto Rue Garibaldi. Di sicuro, è il momento in cui la ragazza, dopo lunghi mesi di pausa, decide di rimettersi in gioco, anche per risollevare l’animo di Rafik, che si barcamena tra un lavoro e l’altro senza prospettive. Proprio in quella sequenza, le immagini hanno qualcosa di strano. Gli angoli dell’inquadratura diventano sfocati e sembra quasi che si disegni un ovale. È un effetto che già si vedeva nelle riprese iPhone di The First Shot, dovuto a una lente montata al contrario sull’obiettivo. E il risultato è quello di una prospettiva particolare, sferoidale (vengono in mente, per un istante, alcune sequenze di Reygadas…). Che è come la sottolineatura di uno sguardo in soggettiva. Della presenza dell’osservatore. Roba da pittura olandese. Ma quelle sfocature che sfumano i contorni sono anche l’ammissione di una non perfetta padronanza della leggibilità del quadro, di un difetto della percezione. Assomigliano a una confessione di mancanza. È come se Francioni, in un movimento solo, misurasse la distanza tra il desiderio e l’impossibilità. Da una parte, la voglia di esserci, di essere parte piena della storia di Ines e Rafik, e dall’altra il dovere di un passo indietro, di non poter condividere tutto, l’inesorabile sensazione di una connessione e di una partecipazione sempre parziali. Di essere escluso, un intruso nelle proprie immagini. Nel tenere il diario di bordo degli altri, riesce a vedere il proprio riflesso, ma in maniera vaga, un’ombra… Ce lo siamo chiesti più volte: che il vero fantasma sia chi guarda? Forse. Di sicuro, tra i movimenti di Ines e Rafik, in un istante, in un improvviso ribaltamento, Francioni coglie la sua stessa precarietà, il suo esser sospeso.

 

Regia: Federico Francioni
Interpreti: Ines Hackel, Rafik Hackel
Durata: 72′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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