Salto nel vuoto, di Marco Bellocchio

Già un abisso. Nell’inquadratura iniziale dove si affaccia Michel Piccoli. Una finestra aperta, un presagio. In un cinema che filma già il vuoto del titolo, come spesso avviene in Marco Bellocchio. Che è qualcosa di mentale e di fisico insieme. Senza nessuna distinzione. Che inghiotte nei suoi sotterranei e lascia avvertire che la presenza del terreno sotto i piedi è momentanea. Con i personaggi sull’orlo del precipizio che possono sprofondare da un momento all’altro.

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Ancora la famiglia, le stanze della casa in Salto nel vuoto. Una crisi, quella tra i due fratelli Mauro e Marta Ponticelli – caratterizzati rispettvamente dalla maiuscola prova di Michel Piccoli e Anouk Aimée, entrambi premiati al Festival di Cannes come migliori attori – che hanno sempre vissuto una vita quasi matrimoniale. Lui è un magistrato, lei invece si fa aiutare da Anna, che porta spesso con sè il bambino. Ad un certo punto lui entra in crisi. Fa conoscere alla sorella un avventuriero con precedenti penali che vorrebbe sbarcare il lunario come e che ha spinto una donna a suicidarsi. E vede che lei, progressivamente, sta diventando sempre più indipendente da lui.

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salto nel vuoto michele placido anouk aiméeLa follia, il gesto. Con la casa-prigione dove si annidano i segni della pazzia di I pugni in tasca. Ma dove l’appartamento diventa anche un enorme labirinto, con il bambino che gioca con la palla (a cui il giudice gliela buca quasi con uno scatto che solo il cinema di Bellocchio sa filmare) che sembra anticipare l’ultimo Fai bei sogni, e le stanze che sembrano cambiare prospettive, profondità, allargarsi e restringersi come in un sogno onirico in cui lì dentro anche i muri sembrano contaminati come in L’ora di religione. C’è un’inquadratura che, da sola, racchiude le tre ‘anime dell’appartamento, che mostra insieme tre stanze dove si trovano rispettivamente il magistrato, Marta e Anna. C’è anche il filtro esterno. La tv accesa, elemento ricorrente nell’opera di Bellocchio, quasi come tentativo impossibile di contatto esterno con la realtà. In un’esistenza invece impermeabile, fatta di gesti che si ripetono: il lucchetto del telefono, la porta chiusa a chiave.

salto nel vuoto michele placidoIl seme della follia nel cinema di Bellocchio raggiunge con Salto nel vuoto, altezze irraggiungibili. Oggi (forse) ancora più di ieri e rivisto insieme con gli esiti stratosferici degli ultimi film. Con un persistente disagio dei protagonisti, un fastidio malcelato ogni volta che si entra in contatto con gli oggetti (la raccolta di Topolino, le posate gettate per terra). O che provocano choc, come il flash della macchina fotografica al battesimo. E poi ci sono invece gli altri film. Tracce di quello giudiziario, ma soprattutto quello invece libero, che sì, si lancia nel vuoto, nei pressi del Tevere dove l’attore-avventuriero-criminale Michele Placido fa le prove. Dove il corpo ha già i segni di quelle metamorfosi futuriste di Vincere, segnate anche dalle musiche di Nicola Piovani. Dove anche lo spazio muta. L’appartamento anche come ventre del passato. Dove Bellocchio sentirà la necessità di tornarci anche nel successivo Gli occhi, la bocca. Ma in cui prendono forma le immagini del passato come se si proiettasse all’improvviso un vecchio filmino familiare in 8mm. Ma anche come lampo improvviso, violento, incontrollabile. Come la distruzione dell’appartamento da parte dei ladri. Quasi segno di un cinema che si è sempre voluto sbarazzare di ogni struttura già delineata. E la distruzione del set è un altro gesto per cui si deve necessariamente passare. Prima di quel piano finale su Anouk Aimée. Sospesa tra il presagio e la pacificazione.

Regia: Marco Bellocchio

Interpreti: Michel Piccoli, Anouk Aimée, Michele Placido, Gisella Burinato, Pier Giorgio Bellocchio

Durata: 120′

Origine: Italia/Francia 1980

Genere: drammatico