SAN SEBASTIAN 53 – Obiettivo Nord

Il festival spagnolo ha proposto in concorso "A Cock and Bull Story" il nuovo film di Michael Winterbottom tratto dal capolavoro di Laurence Sterne, "Drabet" del danese Per Fly e "Summer in Berlin" di Andreas Dresen

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SAN SEBASTIAN – Guardiamo a nord e seguiamo un attimo la traccia che porta San Sebastian 53 a seguire le correnti atlantiche… Tra le cose viste nei primissimi giorni del concorso, il nuovo film di Michael Winterbottom, A Cock and Bull Story, ovverosia la posa in opera del capolavoro di Laurence Sterne "Vita e opinioni di Tristram Shandy" in forma di cinema nel cinema: un po' 8 ½ (con tanto di Nino Rota in sound track), un po' Effetto notte per tenere insieme l'idea di farci vedere un film sul film che Winterbottom sta girando, avendo Steve Coogan (la sua star di 24 Hours Party People) come interprete. Che il regista inglese sia una delle debolezze di San Sebastian lo si sa dall'anno scorso, quando gli amici spagnoli presentarono in concorso Nine Songs e dedicarono al suo sopravvalutatissimo autore una personale, ma questa volta hanno fatto bene a selezionare per il concorso A Cook and Bull Story : onestà vuole che si riconoscano i meriti di questa traduzione filmica di un testo impervio e in anticipo sulla "stream of consciousness" come quello dello scrittore irlandese. Winterbottom traduce l'antidiario di Tristram Shandy, che parla di sé raccontando l'imbarazzata figura del padre, tenendosi in bilico tra la messa in scena del testo letterario e quella del dietro le quinte del set. Il film gioca con l'ego attoriale di Steve Coogan, che, con le sue insicurezze, finisce con l'incarnare il vissuto letterario del suo personaggio, mentre attorno a lui il set brulica di comprimari che gli rubano la scena (Rob Brydon, un po' Woody Allen e un po' Peter Seller nei panni dell'attore che interpreta il fratello di Tristram, Toby Shandy…), ciak, costumisti alle prese con i tacchi troppo bassi delle scarpe di scena di Coogan che, a suo dire, lo fanno spiccare di meno sullo schermo… E poi riunioni con lo sceneggiatore, giornalisti in cerca di interviste, Winterbottom che non è contento delle scene di battaglia che ha girato, il produttore che d'improvviso scrittura nientemeno che Gilliam Anderson, la star di X-Files, per il ruolo della vedova Wadman… La trasversalità della messa in scena funziona in maniera dinamica rispetto a quella del testo letterario e la traduzione filmica produce il suo senso: Winterbottom per una volta mette a frutto la sua supponenza, innescandola in un dispositivo che gioca in dispersione tra l'identità del personaggio e quella del suo interprete. Certo rimane il fondamentale problema di essere in presenza di un cinema saccente, nutrito da uno sguardo piatto, ma questa volta almeno l'alchimia funziona, soprattutto in relazione alla riduzione di un testo letterario arduo come quello di Sterne.

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Ancora a nord e ci si ritrova nella Danimarca di Per Fly, che qui a San Sebastian aveva visto premiato per la sceneggiatura il suo precedente film, L'eredità (poi uscito anche in Italia), e che quest'anno torna in concorso con Drabet (Manslaughter): immancabilmente lo spunto di partenza è fornito da un intreccio di contrasti che oscillano tra la dimensione etica e quella morale, finendo col precipitare nelle vite di personaggi travolti dalle responsabilità cosi come dalle irresponsabilità. Questa volta tutto ruota attorno a un maturo professore universitario, che manda all'aria il suo matrimonio per stare accanto alla sua amante, ex studentessa dei suoi corsi nonché attivista di un gruppo pacifista, finita in galera per aver ucciso un poliziotto durante un'azione di disturbo in una fabbrica di armi. In termini etici, la colpevolezza della donna, rea di aver ucciso un uomo in nome di un principio pacifista, viene posta in relazione con la colpevolezza della società civile, che permette la costruzione di armi atte ad uccidere interi popoli di innocenti. Ma, di fronte a questa posizione teorica, assunta dal professore per giustificare la reticenza della sua amante rispetto alle proprie responsabilità, si pone la realtà umana di un giudizio morale che costringe un po' tutti a fare i conti con la tragedia scatenata dall'uccisione del poliziotto, in una reazione a catena che vede crollare ogni barriera tra privato e collettivo, idee e sentimenti, giustizia e vissuti personali. Come sempre il cinema danese è capace di produrre straordinari cortocircuiti nel tessuto connettivo dei drammi che mette in atto, innalzandoli alla statura di tragedia, ma Drabet non sempre riesce a tenere il ritmo drammaturgico, qua e la vede scivolare il protagonista in situazioni poco riuscite, non sempre riesce a intrecciare sino in fondo gli elementi su cui lavora. Rispetto all'Eredità, questo nuovo filn di Per Fly risulta meno compatto, anche se forse più intrigante.

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Bello, invece, il tedesco Sommer vorm Balkon (Summer in Berlin, il titolo internazionale) di Andreas Dresen: commedia a diretto contatto con la realtà, come da certa tradizione tedesca, forte di una fragranza trovata in una messa in scena leggera (visivamente, scenograficamente, drammaturgicamente), supportata da una sceneggiatura precisa e non oppressiva rispetto alla leggerezza dei personaggi, che vibrano di emozioni, piccoli drammi, situazioni autentiche, grazie anche alla bravura delle due protagoniste. Sono Inka Friedrich e Nadja Uhl e interpretano due vicine di casa che tirano la giornata in una Berlino economicamente non florida, tra lavori e amori provvisori, supportate da uno dei volti più interessanti – ancorché marginali – del cinema tedesco attuale, quell'Andreas Schmidt che abbiamo già incontrato altre volte come attore feticcio di Eoin Moore (Plus minus nul, al Torino Film Festival e Pigs Will Fly proprio qui a San Sebastian). Con la sua presenza che ricorda uno Stan Laurel stralunato, Schmidt dà corpo al personaggio di Ronald, il camionista che irrompe nella vita delle due amiche, diventando l'amante di una e lasciando l'altra alel prese con la sua solitudine esistenziale. Il film sembra costruirsi da solo sul facile gioco di relazione tra i personaggi, ma l'alchimia è da commedia pura, per quanto sia poi proprio il confronto con la città, coi volti, con le microstorie di contorno a rendere più autentico il tutto.

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