Sentieriselvaggistory – JOHNNY GUITAR

 i suoi splendidi colori Difficile controllarsi di fronte a Johnny Guitar. Difficile essere lucidi, distaccati, analitici, in una parola: “critici”. Per Johnny Guitar, crediamo, o si nutre una passione smisurata, irrazionale, folle, come tutti gli amori impossibili, o è meglio tacere. E Martin Scorsese è uno di quelli che ha amato questo film, i suoi personaggi, il suo clima irripetibile, i suoi am­bienti particolari, la sua storia fuori dagli schemi. E lo ha amato a tal punto da soffrire nel sapere che i suoi splendidi colori di un tempo stavano andando perduti per sempre. E allora si è messo all’opera e ha fatto realizzare questo splendido restauro che tutti dovrebbero vedere (e accidenti perché tutti parlano del restauro della Cappella Sistina e nessuno di questo capolavoro? Forse che Nick Ray è inferiore a Michelangelo? Ma chi l’ha detto? Ray è uno dei più grandi artisti del nostro secolo e ogni suo film andrebbe studiato e protetto come le più importanti opere d’arte della storia!… e scusate l’enfasi…).


Eppure cineasti come Truffaut e Godard l’hanno adorato. Ma era gente che sapeva che cos’era l’amore al/nel/per il cinema. Johnny Guitar non è un film, è il cinema (lo ha scritto pure Enrico Ghezzi, ma non ci posso far niente, è così…). È cinema allo stato puro. Nient’altro che il cinema. Scrisse Godard: “Ecco qualcosa che esiste solo attraverso il cinema, ecco qualco­sa che sarebbe nullo in un romanzo, sul palcoscenico, in qualsia­si altro posto, ma che sullo schermo diventa fantasticamente bello”. Insomma siamo di fronte a quei film che fanno amare il cinema, e cioè la vita. Che ti fanno venir voglia di vederlo e rivederlo, proprio come la persona amata. Che ad ogni visione ti fanno scoprire aspetti nuovi, elementi che prima avevi trascura­to, nuovi motivi per amare. Ci sono dei film che aiutano a vivere meglio, ad amare meglio. A vedere meglio. Questo è il regalo che Nicholas Ray e la sua troupe ci hanno fatto nel 1954. Apparentemente Johnny Guitar è un western. Anzi più che apparen­temente. Ci sono i cavalli, le pistole, i cappelli, il saloon e tutto il resto, e soprattutto c’è “l’aria di frontiera”, il luogo dove la legge c’è e non c’è, dipende da chi sa farla rispettare. In Johnny Guitar il western è un pretesto (e mi perdoni chi lo ha amato soprattutto come western…), ma “l’involucro” western è usato con tanta forza e passione da farlo diventare uno dei più bei western della storia del cinema. Ma Johnny Guitar è Johnny Guitar ha tolto il cinturone e le pistole e va in giro con la chitarra. anche uno dei più bei mèlo della storia, e forse anche uno dei noir più inquietanti, ed ha dei piccoli attimi da commedia che non ti aspetti. Insomma Johnny Guitar è “tutto”. È un archetipo possi­bile, pieno di tutti gli archetipi possibili. È un luogo fanta­stico dove ognuno può trovare il suo piacere, le sue storie, le sue emozioni. Ma è anche un luogo della “conoscenza”, perché Nick Ray non è solo un pittore sur/iper/realista, ma è un architetto che sa guardare ben oltre le superfici, pur amandole e cono­scendole bene. Siamo agli archetipi del western, all’inizio. Arriva un cavaliere solitario, come in mille western, ma… è un eroe diverso, un eroe malinconico, misterioso, con un passato da dimenticare. Johnny Guitar ha tolto il cinturone e le pistole e va in giro con la chitarra. Arriva nel saloon di Vienna, e subito si capisce che non è uno qualunque, che non è lì per caso. C’è uno sguardo iniziale tra i due, dal basso verso l’alto, che è la traiettoria programmatica del film. Lui è tornato, ma è lei ora il centro della storia. Vienna. Già, Vienna. “Mai vista una donna più uomo di lei” dice uno degli uomini del saloon, e in quella frase riassume la forza nuova del film: che una storia di conflitti diversi, è vero, ma che soprattutto è la storia di una lotta tra le due uniche donne della pellicola, vere protagoniste, attorno alle quali tutto gira. Vienna e Emma. Non a caso il film si risolve con un duello “mascolino” finale tra le due. La storia è “cosa” loro. Due donne protagoniste di un film western senza fare la parodia del genere, ma “seri”. «Io ti ucciderò» dice Emma all’inizio. «Lo so, se prima non ti ucciderò io» risponde, lungi­mirante, Vienna. In questa battuta è tutta la storia del film come “azione”, come ogni film hollywoodiano che si rispetti. Ma Johnny Guitar non è (solo) un film d’azione. È un film di emo­zioni, di sentimenti spremuti fino all’estremo. Di logiche impos­sibili, come solo quelle dei sentimenti umani possono esserlo. Ed è un film che seppur apparentemente “nelle regole” invece le “conosce” per superarle, per esprimere “altro”. Come spiegare altrimenti una scena iniziale lunga oltre mezz’ora (quasi un terzo dell’intero film)? In un unico luogo (il saloon di Vienna) vengono uno alla volta presentati tutti i protagonisti della storia (quasi fossimo a teatro), tutti i conflitti in corso, tutte le “relazioni pericolose” tra i personaggi, tutte le dina­miche possibili. Dopo questa prima decisiva scena, se il film fosse interattivo, lo spettatore potrebbe scegliere tra le varie direzioni possibili. Ma prima no. Prima compare Johnny Guitar, e la sua chitarra; poi Emma, Mclvers e i suoi uomini, col cadavere del fratello di lei, infine Dancin’ Kid e i suoi. Sono tutti lì. Vienna e Dancin’ Kid accusati di omicidio. Proprio nel culmine della tensione entra in scena Johnny Guitar. C’è un bicchiere che rotola sul bancone, sta per cadere, ma una mano veloce lo raccoglie al volo. Ha la chitarra in mano, chiede del fumo, filosofeggia sui bisogni dell’uomo, “una fumata e una tazza di caffè”, e intanto nel denigrare gli altri bisogni (il denaro, le terre, le donne) evidenzia i conflitti “reali” presenti lì dentro. Se fosse John Wayne li caccerebbe tutti con le pistole, e Johnny Guitar saprebbe pur farlo, ma preferisce suonare la chitarra, per dar modo a Dancin’Kid di ballare con Emma, e di mettere in scena la passione dominante del film. Ecco che in una mezz’ora di unità di tempo e luogo, Nick Ray mette in gioco tutti i conflitti, gli amori, gli odi, dell’interno cast. Una sequenza che, da sola, è già un film.
Ma come tutti i grandi film, qui le carte in gioco sono diverse, e molte le interpretazioni possibili.
L’ossessione del maccartismo, ad esempio. Siamo nel 1954 e il senatore McCarthy è finalmente caduto in disgrazia, ma la caccia alle streghe a Hollywood è ancora “cosa viva”. Sentite cosa disse lo sceneggiatore, Philip Yordan: «Le allusioni antimaccartiste ci sono e come e ci hanno creato guai con la censura. Devo dire che sono sempre stato ossessionato dal tema di Johnny Guitar: viviamo calmi in un posto tranquillo quando improvvisamente viene qualcu­no a dirci che non abbiamo il diritto di stare qui e che dobbiamo andarcene. Mi ricordo anche che abbiamo giocato un bel tiro a Ward Bond che era uno dei maggiori esponenti dell’estrema destra di Hollywood: gli abbiamo fatto interpretare la parte del capo degli allevatori, un estremista dai modi fascisti che imponeva il terrore. E lui credeva che il suo personaggio fosse un eroe, un brav’uomo. Non aveva capito niente…».
Ma forse quello che fa amare Johnny Guitar è proprio la sua aria da tragedia mèlo. Il passato che ritorna, il re-incontro tra Vienna e Johnny. Quello che rende tutto più “magico” è proprio che Ray non esplicita nulla, lavora “in superficie” lasciando all’immaginazione dello spettatore il resto. Cos’ha fatto Johnny Logan “Guitar”? Perché, si sono lasciati? E lei come ha ottenuto il denaro e il saloon? Nulla viene detto, solo accennato, in quella splendida sequenza della notte insonne dei due. La notte, luogo dove i conflitti interiori emergono, e i sentimenti si una delle più belle scene d’amore della storia del cinemascatenano. In una delle più belle scene d’amore della storia del cinema vediamo la passione, la richiesta di menzogne da parte di Johny, il cinismo e la durezza di Vienna, lei “forte”, lui “ridicolo” e penoso, entrambi stravolti dal ritorno dei sentimenti.
Ray lavora sulle inquadrature, mai casuali, studiate in ogni dettaglio. Come le scenografie, assurde e folli in un western, con un saloon scavato nella roccia con delle finestre che ricor­dano più certe opere del suo professore Wright che non l’icono­grafia del genere. E poi i colori. A parte il fatto che Ray ha impedito di usare qualsiasi cosa blu nel set per superare i limiti e le dominanti tipiche del Trucolor, insieme al fotografo Harry Streadling, ha dato vita ai colori più iperrealisti della storia del genere, con i toni usati più come simbologia mèlo che non come un western Joan Crawford, sulla quale il film è stato cucito addosso alla perfezione, cambia sei vestiti nel corso del film, ed ogni colore corrisponde ai sentimenti della scena: nero, con i pantaloni, nella lunga scena iniziale, dove Vienna è dura “come un uomo” e ricorre persino alla pistola per affrontare Emma e gli altri; rosso, in un lungo vestito scollato, nella notte del confronto di passioni con Johnny Guitar, dove mette in gioco tutto il suo essere “donna”, cioè i sentimenti; grigio, in lungo, al mattino in banca; bianco, della purezza, nella sera della “chiusura” e dell’impiccagione; rosso, nella fuga sotto la Vienna-Joan Crawford è la forza dominante del filmcascata; giallo, che si oppone al nero di Emma nella scontro finale. Se Vienna-Joan Crawford è la forza dominante del film, Johnny Guitar-Sterling Hayden ne rappresenta l’ala malinconica. Quasi sempre ai margini della storia, del racconto (sin dall’inizio, vede l’assalto alla diligenza ma non interviene, vede lo scontro nel saloon ma giunge solo per chiedere del fumo, fa da spettatore alla rapina in banca e “sparisce” al momento della cattura di Vienna e di Turkey), costituisce però un elemento “deviante” per il percorso che Vienna deve compiere. Non tanto perché le salva la vita (per questo la salva, momentaneamente, anche a Dancin’Kid dal duro Bart), ma perché con il suo ritorno ne riaccende le “speranze”, in qualche modo la “rimette in vita” (come cambia il cinismo di Vienna dopo la notte dei chiarimenti!). Johnny Guitar è un eroe stanco, stanco del ruolo che il genere e la vita attri­buiscono all’uomo, stanco dell’unica cosa che sa fare realmente, cioè sparare, uccidere. Hayden arricchisce questo personaggio di una malinconia, di sguardi persi, di un tono che la visione e l’ascolto originale del film (presentato con i sottotitoli) restituiscono in tutta la sua complessità. Il grande Emilio Cigoli, nel pur bellissimo doppiaggio dell’epoca, ne sottolineava comunque una sorta di “machismo”, che la “voce di John Wayne” necessariamente portava con sé. Nell’originale Hayden parla quasi sottotono, quasi sembra stanco di alzare la voce, di farsi ascoltare. Sterling Hayden è perfetto in questo ruolo di deluso e deluso e tormentato anti­eroetormentato anti­eroe, anche perché per le sue idee troppo vicine ai comunisti venne anche lui inquisito dalla commissione per le attività antiamericane. Non resse come altri lo scontro, crollò e fece i nomi e abiurò, portandosi appresso per gli anni successivi il peso di questo gesto. Ray lo utilizza al meglio, sia per una certa ironia, sia per il suo fisico da eroe, sia per il suo sguardo incerto e mai troppo sicuro di sé. Vienna e Johnny escono dalla valle sotto la cascata: sono liberi, fuori da quest’incubo noir in cui erano stati cacciati. Il senso di oppressione aleggia per tutto il film, cupo e chiuso come pochissimi altri western. Per questo Johnny Guitar sembra un noir. Perché non si vedono di scampo. Le montagne sono minate per far passare la ferrovia, dall’altra parte c’è solo, minaccioso, il deserto. Mai paesaggio western fu così opprimente e claustrofobico. Il finale nella valle alla quale si accede dalla cascata è esemplare in tal senso. Impossibile redimersi. L’unica uscita è la fine dell’os­sessione, cioè la fine di Emma e Dancin’Kid. Ma resta per tutti l’amaro in bocca di un mondo senza colpevoli ma pieno di accusa­tori.
Gli altri personaggi sono “minori”, ma non per questo deboli. Nessuno viene approfondito, e quello che sarebbe un limite, grazie al tono di tragedia classica del film e alle interpreta­zioni “esagerate” e all’iconografia tutta della pellicola, divie­ne un pregio che dà allo spettatore la libertà di immaginare, e di arricchire storia e personaggi con il proprio immaginario. Perché Emma è così “folle”? Cosa c’è tra lei e Dancin’Kid? Perché quest’ultimo si chiama così? E stato amante di Vienna? Queste e altre mille domande girano nella testa dello spettatore senza risposte precise. Questo non è un romanzo, né una pièce teatrale, anche se può somigliargli. E qualcosa che esiste esclusivamente sullo schermo. E il trionfo dell’immaginario. E il cinema.

 

Federico Chiacchiari Cineforum n. 334 maggio 1994