Senza pietà, di Alberto Lattuada

Film nervoso ed ellittico, totalmente estraneo ad ogni poetica nostrana. Lattuada sconvolge le regole e anticipa i tempi. Sabato 18 marzo, ore 9.35, Rai 3

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Gli anni dell’immediato dopoguerra segnarono per il cinema italiano una stagione a dir poco memorabile e non soltanto per quel grande e (tutto sommato breve) miracolo che fu il neorealismo, ma per la vivacità culturale e quella voglia di raccontare che i nostri scrittori possedevano e che trasformavano in invenzioni narrative che a volte diventavano film memorabili. Scrittori che erano anche soggettisti che hanno anche sperimentato, mutuando esperienze o trovando nuove strade e così hanno potuto offrire, pur nella povertà dei mezzi, nella precarietà in cui si operava e nell’incertezza con cui si Senza pietà, 1948cominciava ogni operazione produttiva, un livello sempre alto, di qualità dei film e dei risultati complessivi.
Alberto Lattuada ha partecipato attivamente all’irripetibile clima che febbrilmente ricostruiva anche un’identità italiana che rimane ancora oggi una delle certezze che ci identifica in quella ancora piuttosto giovane, ma già così ricca, storia del cinema.
Senza pietà, film del 1948, per il regista lombardo venne subito dopo il dannunziano Il delitto di Giovanni Episcopo, due film tanto anomali per i tempi quanto lo era il loro autore. Tentato dal neorealismo con Il bandito, in una Torino nera e minacciosa, Lattuada rappresenta la variabile originale del nostro cinema di quegli anni e Senza pietà ne costituisce esemplare conferma.
Senza pietà

Girato con la moglie Carla Del Poggio e con lo spaesato John Kitzmiller (un capitano dell’esercito americano prestato al cinema), Senza pietà ha più di un motivo per essere ricordato. Le riprese del film, come narrano Lattuada e Del Poggio nel prezioso e mai datato volume di Goffredo Fofi e Franca Faldini, L’avventurosa storia del cinema italiano, furono fatte con una rocambolesca sequela di incidenti al Tombolo, pineta di Livorno, luogo all’epoca malfamato della città occupata dalle truppe americane, tra malavitosi e “segnorine” e la Polizia Militare americana che aveva il suo bel da fare. Qualche sparatoria, qualche scazzottata che vide coinvolto lo stesso regista fecero da sfondo alle settimane di riprese alle quali partecipava, in qualità di sceneggiatore con Tullio Pinelli e di assistente alla regia anche Federico Fellini, già innamorato di Giulietta Masina, coprotagonista nel film, ma affascinato dall’ambiente pruriginoso che si avvertiva nelle ore notturne.
Senza pietà racconta la storia di Angela che vuole raggiungere ilSenza pietà_1 fratello a Livorno. Ma scoprirà che lui è morto e così finirà coinvolta nell’ambiente della malavita tra contrabbando e prostituzione, sotto le ali protettive del viscido Pierluigi. Ma Angela scopre l’amore per Jerry il soldato nero americano che proverà a salvarla e con il quale progetta la vita futura.
Film nervoso ed ellittico, totalmente estraneo ad ogni poetica nostrana, in equilibrio tra il noir di cui non vuole contenere il fascino misterioso e il melodramma che non diventa mai l’oggetto centrale della ricerca, Senza pietà, proprio per questa sua originale fattura e soprattutto grazie ad una struttura narrativa in cui la frammentazione si avverte nei volutamente bruschi tagli di montaggio che sembrano vogliano spezzare il climax, non convinse la critica dell’epoca. Era forse un film troppo “americano”, se pure pienamente calato in una realtà post bellica ben identificabile e legato ad una sorta di neorealismo rivisitato da un regista che aveva una capacità tutta propria e una propria visione Senza pieta, Lattuadadel cinema deviante rispetto ai canoni non scritti di quella stagione. Tra interpretazioni antirazziste per la vicenda d’amore che coinvolge i due protagonisti e il racconto di un Paese senza una precisa identità, alla mercé di bande criminali e sotto l’esclusivo controllo della sola polizia militare americana, Lattuada sembra filmare il preludio di un’apocalisse, piuttosto che il riapparire della speranza, come già era accaduto con il precedente Il bandito, film che ha molte sotterranee affinità con questo.
Senza pietà è la manifestazione di una instabilità progressiva, di una ricerca di felicità impossibile, i personaggi sono senza casa, sono precari come le loro esistenze. Ecco, Lattuada riesce a raccontare questa inquietudine senza spiragli di felicità e senza tracce di redenzione. Un film privo di speranza, come neppure Monicelli Senza pietà, Del Poggioha forse realizzato. Non vi è, in altre parole, neppure l’illusione di quella speranza come quella di cui fantasticano Francesco e Pina, in piena guerra, seduti sulle scale della loro palazzina popolare in Roma città aperta.
Lattuada sembra volere sconvolgere ogni regola, anticipando i tempi e assegnando ai propri personaggi un destino pari soltanto a quello della trasposizione viscontiana di Il postino suona sempre due volte.
Il suggello a questa condizione privata di ogni speranza sarebbe avvenuto 14 anni dopo quando nello stesso luogo fisico dove finisce Senza pietà, Dino Risi, autore sicuramente non secondo a nessuno a mascherare nella commedia la narrazione della disperazione esistenziale, avrebbe concluso il tragitto di Bruno e Roberto nel generazionale Il sorpasso.

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Regia: Alberto Lattuada

Interpreti: Carla Del Poggio, Giulietta Masina, Folco Lulli, John Kitzimiller, Pierre Claudé

Durata: 95’

Origine: Italia, 1948

Genere: Drammatico

 

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