Skin Deep, di Alex Schaad

Il primo lungometraggio di Alex Schaad è un film su identità di genere e percezione. Un esordio convincente. Settimana Internazionale della critica di Venezia

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Skin Deep è un posto strano, e misterioso. È un’isola un po’ particolare, defilata dal resto del mondo, dove quanto è stabilito altrove viene sovvertito, ed i corpi sono l’aspetto mutante di un unico spirito sotto mentite spoglie. La comunità lì installata si riempie di ospiti a causa di un lutto, e tra loro ci sono Leyla e Tristan, una coppia finita davanti al muro dell’abitudine. Dopo la prima semplice conoscenza del gruppo e la composizione di una squadra, ai partecipanti viene data un’incredibile chance: attraverso un bagno purificatore possono scambiare il proprio corpo con un altro. L’acqua, la campagna, le sistemazioni rustiche, si portano dietro le atmosfere malefiche di Midsommar, ma la deriva non converge in un rituale spargimento di sangue, come anche succede in The Sacrament di Ti West, l’altare è piuttosto un modello di elevazione mistica. Intatta resta l’inquietudine del cambiamento, l’anima nuda vacillante ubriaca in terra sconosciuta, la ritrosia, la voglia di scappare via lontano, le risa ed il pianto. Più il sospetto che l’involucro sia il vizio di forma di un substrato elastico comune, plasmabile, un traliccio già lesionato sopra un fiume in piena. Vedo quegli uomini immoti, sdraiati su chiatte, partire. In ogni modo partire. La lunga lama fluente dell’acqua arresterà la parola si legge nei versi di Michaux.

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Il primo lungometraggio di Alex Schaad tocca delle corde etiche e politiche con un racconto moderno dal sapore antico. Affronta l’identità di genere e subito capisce l’errore da non commettere, cioè di abbattere un totem per costruirne subito un altro, ed evita di utilizzare un verbo trasgressivo. Resta fluido, segmenta la storia in capitoli, nasconde e camuffa i personaggi. Avvolti come sono nella rinascita scoppiano di infantile entusiasmo per niente, poi sono perplessi, poi sconvolti, poi in lacrime perchè ebbri di infelicità. L’invito è quello di superare le apparenze che ci rendono ciechi, di danzare sopra note dissacranti, di aprire le porte della percezione. It’s true, we’re locked in an image, an act – and the sad thing is, people get so used to their image, they grow attached to their masks. They love their chains. They forget all about who they really are diceva Jim Morrison. Passare oltre e toccare l’invisibile, capire quanto bisogna andare in profondità nella propria coscienza, mettere tutto in discussione ogni volta, anche se fa male, anche se non conviene. Quando tutto è ondivago e passeggero, abbandonato e distante, e la morte è tanto vicina da sfiorarti, quando rischi di perdere la passione e il desiderio, è il momento di cercare delle alternative. All’inizio ci sarà sgomento, la diffidenza verso un sentimento ignoto, la nausea, ma solo grazie a quel faticoso processo di analisi si potranno scoprire dei lati sublimi ed affascinanti, ed abbattere i pregiudizi. L’invito è quello di rinascere per tornare a sorridere, senza badare troppo ai connotati. E di ragionare sui rapporti e la sessualità con dei discorsi fatti su misura.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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