VENEZIA 70 – "The Sacrament", di Ti West (Orizzonti)

the sacrament, ti west
Ti West sembra aggirare abbastanza consapevolmente i limiti e le trappole del mockumentary, ignorando esplicitamente le regole del genere. A differenza dei suoi primi film, però, la matrice smaccatamente indie non si trasforma in rielaborazione dei codici dell'horror, ma in semplice reiterazione degli stessi

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La sezione Orizzonti ospita il nuovo film del giovanissimo Ti West (classe 1980), una delle più grandi sorprese in ambito horror emerse negli ultimi anni. Un regista indipendente in grado di rifondare il genere partendo dalle fondamenta, basandosi sugli elementi primari di messa in scena (inquadratura, montaggio, fotografia) piuttosto che sulla scrittura: tutti i suoi film infatti si muovono entro coordinate che non prevedono spunti particolarmente originali, preferendo costruire un clima di costante tensione attraverso un talento visivo che ancora attende di essere pienamente riconosciuto come tale. Si pensi soprattutto all’ottimo The House of the Devil, forse ad oggi il suo film più bello: una rivisitazione del filone satanico nella quale, per tutta la sua durata, sembra non accadere praticamente  nulla, ma che si rivela un saggio di tensione magistralmente costruito dal suo autarchico autore (di tutti i suoi film, infatti, West è anche sceneggiatore e montatore). Dopo il mezzo passo falso di The Innkeepers (2011), purtroppo, The Sacrament sembra proseguire in una direzione differente, cristallizzando il cinema del giovane regista in un limbo di crisi creativa che ci auguriamo sia il frutto di un temporaneo appannamento.

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Prodotto da Eli Roth (West diresse l’ottimo Cabin Fever 2), The Sacrament parte dal famigerato found footage per raccontare di una setta ambientalista chiusa in sé stessa, dove ovviamente nulla è ciò che sembra. West sembra aggirare abbastanza consapevolmente i limiti e le trappole del mockumentary, ignorando esplicitamente le regole del genere: oltre alle riprese  in prima persona effettuate dai suoi protagonisti, il film si permette di proseguire per la sua strada in maniera libera, alternando inquadrature e stacchi di montaggio che ovviamente non possono appartenere al girato dei personaggi. Ma non c’è sperimentazione teorica o altro: come sempre, al regista interessa ragionare sui meccanismi del genere per costruire un clima di costante tensione; obiettivo che stavolta non viene raggiunto, appunto perché l’impressione è che il suo sguardo non riesca mai a rinnovarsi (come già lasciava presagire The Innkeepers, infatti). Nonostante sia comunque ed inevitabilmente superiore alla media dei found footage odierni, The Sacrament sembra però ridursi a un esercizio di stile incapace di creare vera tensione, in cui la matrice smaccatamente indie non si trasforma in rielaborazione dei codici del genere, ma in semplice reiterazione degli stessi.

Un commento

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    Ma perché date spazio ai commenti se poi non li pubblicate? Non metteteli per niente, fate prima