Split, di M. Night Shyamalan

Una volta si diceva: due persone si guardano intensamente senza toccarsi, si trasmettono amore guardandosi negli occhi, nello stesso momento. La verità è che qualcuno insegue sempre qualcuno. È così che siamo fatti”.

In questa bellissima frase, pronunciata dall’inquietante signora Jones in E venne il giorno, è condensato tutto il cinema di M. Night Shyamalan. Un cinema che tra orrorifici inseguimenti (The Village) e dolcissimi incontri (Lady in the Water), produce improvvisi sguardi fuoricampo verso l’altro-da-noi (Il sesto senso) in eterni split emotivi che sfuggono alla linearità delle storie. Un cinema ibrido, scisso, mai finito, sempre proiettato tra le ombre, ma sempre alla ricerca di una singola luce che ne redima gli incubi. E quest’ultimo film non fa certo eccezione: Shyamalan si muove abilmente tra horror, teen movie, thriller, sino alla svolta soprannaturale e supereroistica, dimostrandosi per l’ennesima volta un fine conoscitore del cinema e della sua storia, ma forzandone i codici e le attese facendole deragliare verso nuovi binari. Certo: a volte trionfando (al botteghino) e a volte fallendo (clamorosamente), ma dimostrando comunque un coraggio registico sempre più raro nella Hollywood contemporanea.

split04Ecco un’altra sfida: le 23 personalità di Kevin/James McAvoy (un uomo affetto da “disturbo dissociativo dell’identità”, vecchia ossessione del cinema di genere che da Psyco in poi ha metaforizzato molte paure occidentali) sono 23 possibili tasselli di un mosaico, ossia 23 possibili puntate di una serie Tv condensate in questo lungo “pilot” di nome Split. Il bambino impaurito, l’ossessivo violento, la fanatica religiosa, lo stilista gentile, il mostro/alieno, ecc, ecc, sono tutti riuniti in un singolo corpo (notevolissima l’interpretazione di McAvoy) e confinati in un singolo ambiente fuori dal mondo, scisso anch’esso, pieno di cavi e cunicoli organici e pulsionali, che fanno rivivere inquadrature provenienti dal passato (da Val Lewton e Jacques Tourneur sino a Brian De Palma e Dario Argento) rigenerate nel presente di un roccioso percorso autoriale. Ma in questo sapiente cocktail shakerato da uno studente di cinema un po’ secchione, Shyamalan sa essere anche incredibilmente personale. Perché sotto la corteccia stratificata dai generi e sotto la riflessione sulle nuove forme di serialità (ri)trasformate in cinema, si agita il cuore di un regista che narra-e-cura come pochi le paure fanciulle che da sempre mette in scena. Kevin rapisce tre ragazze e crea uno strano rapporto con una di loro, Casey, l’unica che sembra veramente in grado di interpretarne le incomprensibili azioni. Perché?

shyamalan-splitSplit, allora, è un film bizzarro e straordinariamente riuscito. Un film che si prende lunghissime pause dove la narrazione viene sballottolata dalle incongruenze di un personaggio imprevedibile e umanissimo nelle sue mostruosità. Un film che gira a vuoto, perturba, sorprende, disegna traiettorie potenziali e si ferma sempre un attimo prima del traguardo (proprio come Unbreakable…). Perché quello che interessa a Shyamalan non è mai la fine di una storia, ma l’inizio di un percorso (qui la creazione di un nuovo villain brutale e disperato…). Ossia tutto ciò che i sentimenti (bestiali o dolcissimi) dei suoi personaggi possono generare come riflessione fuori dalla sala, nel fuori campo della vita. Insomma: se è vero che qualcuno insegue sempre qualcuno, perché così siamo fatti, compito del cinema diventa isolare quei pochissimi frame che trasmettono ancora amore guardandosi negli occhi. Il cinema di Shyamalan, tra alti e bassi, continua ad essere maledettamente sincero.


Titolo originale: id.

Regia: M. Night Shyamalan
Interpreti: James McAvoy, Haley Lu Richardson, Brad William Henke, Betty Buckley, Anya Taylor-Joy, Jessica Sula, Kim Director
Distribuzione: Universal
Durata: 117′

Origine: USA, 2016