SQ2018 – Santiago, di Joao Moreira Salles

L’arte ha valore perché ci porta via di qui. Sembra questo il motto che guida la vita del maggiordomo Santiago intervistato dal regista brasiliano Joao Moreira Salles (autore del recente splendido No intenso Agora) per un lavoro che è durato più di tredici anni e che ha visto diversi ripensamenti e pause di meditazione.
Presentato fuori concorso al Queer Film Fest dal presidente di giuria Luciano Barisone, il “documentario” (anche se Barisone evita giustamente questa definizione molto limitativa) è datato 2006 ma mantiene intatta la potenza espressiva e la poetica. L’umile Santiago Badariotti Merlo (1912-1994) viene raccontato attraverso i ricordi di infanzia, gli archivi di araldica (custoditi in manoscritti sul modello dei monaci amanuensi), i gusti musicali (opera lirica e musica classica, Verdi e Bach su tutti), le preferenze pittoriche (Raffaello, Giotto, Cimabue), le tendenze cinefile (Spettacolo di Varietà di Vincente Minnelli) e una forte predisposizione per la danza (il balletto, i gesti coreografici delle mani).

Moreira Salles fa avanzare silenziosamente la macchina da presa dentro i saloni della sua immensa villa partendo da alcune fotografie: questo movimento, a volte impercettibile, sembra dare vita alle foglie, animare gli elementi, riportare indietro il tempo perduto dell’infanzia, le voci, i suoni, gli odori. Un tavolo, una sedia, la stessa disposizione degli oggetti perdono lo statuto di verità oggettiva e si ammantano di un alone fantasmatico, tra sogno e ricordo. Ma ad un certo punto, nel condurre l’intervista al vivace maggiordomo che alterna portoghese, piemontese, italiano e latino, Joao Moreira Salles si accorge che manca qualcosa o forse che qualcosa è di troppo. Alla maniera di Herzog la verità sembra trasparire tra un ciak e l’altro, negli interstizi della messa in scena, in errori e lapsus, in frasi ripetute, in segreti che riaffiorano nei gesti disaccoppiati dal linguaggio verbale. La ripresa frontale stile Ozu stabilisce una certa distanza tra il regista e Santiago, come se anche nel momento della finzione, venissero rispettate le gerarchie della vita reale, le convenzioni, le leggi non scritte di un galateo immaginario.
Moreira Salles interrompe tutto, sono più di nove ore di girato che vengono messe da parte perché manca un filo conduttore, manca una traccia che possa dare significato a un immagine. Forse bisogna guardare le cose da una certa distanza per accorgersi della verità. E’ una camminata alla Fred Astaire che improvvisamente si trasforma in passo di danza, una poesia che rivela tra le righe la più intima natura, uno sguardo nuovo che libera i ricordi dalla polvere riportando intatto il senso del filmare.

Santiago siamo noi, con le nostre illusioni, con i nostri sogni, le nostre passioni. Se davvero come dice Ozu in Viaggio a Tokio la vita è un insieme di delusioni, allora il gesto della scrittura, una musica, un ballo, una opera cinematografica, rappresentano un’ oasi per riprendere fiato e, nel caso di Santiago, un motivo per sopravvivere. Non possiamo che chinare la testa di fronte alla rimostranze di Santiago che pensa giustamente di essere imbalsamato e impagliato dalle riprese del suo padrone. Serve the servants. E’ proprio nella intuizione artistica che sta la promessa di libertà, un volo fuori dal recinto delle quattro mura, in quel movimento sinuoso di mani che disegna traiettorie magiche e invisibili. Si va avanti così, per la bellezza del gesto, per la bellezza di questo gesto.