Ted 2, di Seth MacFarlane

…la prima caratteristica della bestia cinematografica è il suo sguardo. Per essa la proibizione di guardare in macchina viene abolita, o meglio, sospesa. […] Il bestiario cinematografico, guardando in macchina, […] testimonia, con la sua innocenza di sguardo, il buon esito della cattura. Conferma non soltanto che quest’ultima è realmente avvenuta, ma che la propria natura di preda è tale fino in fondo.
Enzo Ungari, Immagine del disastro

Nell’incredibile pastoia burocratica in cui cade l’orsacchiotto Ted, che si vede negato qualunque diritto civile per via della sua natura incerta tra l’umano e l’oggetto inanimato e dunque il “bene di proprietà”, a nessuno viene mai in mente la possibilità che lui possa essere un animale (nonostante sia appassionato di porno con i grizzly), ovvero il piccolo orso di cui è una rappresentazione di peluche. Ovviamente questo metterebbe in campo una serie di ragionamenti sul simulacro (la risposta alla domanda “cos’è Ted”, che ovviamente i personaggi del film non possono sapere, è “un effetto speciale in CGI”…) su cui MacFarlane riflette da sempre nelle sue produzioni.
In questo caso però sembra tutto messo in disparte per un’operazione di scardinamento soprattutto del canovaccio hollywoodiano mainstream a tesi “politica” sulle vie costituzionali dell’uguaglianza, perfetto da noi in clima di ottusi family day con tutto il suo armamentario di scene madri processuali e arringhe ad effetto (in cui era paradossalmente più dissacrante addirittura l’ultimo atto dello sgangheratissimo, formidabile recente Tim Burton…).

La lucidità rimane estrema, la prontezza vertiginosa: l’intero discorso sulla non-esistenza certificata porta Ted 2 ad avvicinarsi alle vette di Scemo & + Scemo 2, in cui già i Farrelly ci raccontavano del rifiuto del documento d’identità come ultima resistenza possibile – l’inconveniente è però che per MacFarlane il rifugio sia in misura sempre maggiore il rinchiudersi nel circolo vizioso del proprio universo di riferimento senza via di uscita.
In questo la farsa finale al Comic-Con è assolutamente emblematica quanto pericolosamente autoreferenziale, soprattutto in rapporto alla convention scientifica che facevano saltare in aria proprio Jim Carrey e Jeff Daniels nell’esplosivo film dei Farrelly: la scazzottata catastrofica e melbrooksiana che coinvolge in quella situazione personaggi di fumetti, cartoni e serie cinematografiche di culto rappresenta insieme un monumento alla poetica di MacFarlane e il suo fardello più grande (da mettere a confronto anche con la trovata migliore di tutto Tomorrowland, manifesto cristallino quanto inutilmente ingrippato, ovvero la colluttazione nel negozio di memorabilia).
Da questo punto di vista è ancora più chirurgica la sequenza nel teatrino dei cabarettisti, con Wahlberg e Ted che incitano i comici a fare battute sull’11 settembre, Charlie Hebdo, Bill Cosby, mostra allo stesso tempo la scorrettezza da manuale dell’autore e l’orizzonte chiuso e claustrofobico in cui solamente riesce a muoversi.

E allora MacFarlane tenta di creare nuovi mondi affidandosi deleuzianamente alle aperture musical, sua passione da sempre, con sequenze danzanti dai contorni classici seppur in chiave demenziale (tra tutti, il suo materiale più vicino alla comicità nonsense di nuovo dei Brooks o degli Zucker-Abrahams-Zucker), un espediente con cui tenta di dare respiro alla struttura stiracchiata e stanca con cui porta avanti la sezione centrale del film: purtroppo, MacFarlane non è Todd Phillips, maestro della gestione musicale del panorama on the road, e il suo Viaggio col folle si sfilaccia un po’ troppo, per colpa forse anche di una Amanda Seyfried mai realmente in palla che perde pesantemente il duello al distanza con la straordinaria Mila Kunis del primo episodio.
MacFarlane rimane il re dei frammenti micidali, delle digressioni crudeli, delle scorticanti derive a perdere, ma stavolta il tracciato sembra decisamente meno libero e anarcoide.
Sarà per questo che a nessuno durante tutto il film passa mai per la testa che Ted possa essere un orso: che la preda abbia deciso di voler essere catturata, alla fine?