#TFF36 – High Life, di Claire Denis

Senza spazio, senza tempo. Oltre il nostro sistema solare, su una navicella spaziale in evidente disfacimento, il giovane Monte (Robert Pattinson) cerca disperatamente di fare manutenzione per tenere in vita una neonata. Il loro rapporto è molto dolce, fatto di continue piccole epifanie, ripreso con la consueta fisicità delle inquadrature che da sempre contraddistingue il cinema di Claire Denis. Incipit straniante, quindi: una neonata nello spazio? Insomma ci sono troppi buchi neri in questa narrazione… immagini (del passato? O del futuro?) iniziano a lacerare il quadro, l’acqua tarkowskiana torna a “significare” nel flusso memoriale, i tempi e gli spazi si confondono seminando dubbi. Partiamo dalle poche certezze: Monte è l’ultimo sopravvissuto di un equipaggio formato in origine da un gruppo di condannati a morte confinati nello spazio per un non ben precisato esperimento energetico. A guidare la missione c’era la glaciale dottoressa Dibs (Juliette Binoche), una sorta di Medea del futuro che ha ucciso i propri figli sulla Terra esorcizzando i suoi demoni in una (cronenberghiana) sperimentazione sulla nuova carne da concepire nello spazio profondo. E poi?

Claire Denis sa bene di tirare in ballo l’immenso patrimonio cinematografico della cosiddetta fantascienza matura. Insomma sa di riconvocare i segni di un genere ormai codificatissimo che da 2001: odissea nello spazio sino ad Alien, da Solaris/Stalker sino a The Tree of Life si è interrogato spesso (e da punti di vista opposti) su simili quesiti: il rapporto tra l’infinitamente grande (il cosmo, il mistero dell’universo e la dimensione spirituale) e l’infinitamente piccolo (i corpi, i destini della carne e quelli del desiderio). Ma in High Life ogni segno riconoscibile è ormai essiccato, privo di pathos, incapace di rilanciare il suo immaginario di riferimento proprio perché confinato in una sorta di post-apocalittico spaziale che persegue un’inedita estetica delle macerie. Non c’è più gravity, tutto appare contingente e materico: rottami, piante putrescenti, dispositivi obsoleti, somatizzano una condizione umana alla totale deriva che funzionalizza al massimo l’esibita economia del set (persino le tute spaziali sono rammendate…) riecheggiando la videoarte e le videoinstallazioni e sfidando lo sguardo dello spettatore a riempire di senso il debito che ogni immagine porta con se. La riproduzione da inseguire a ogni costo è anche quella delle immagini…

Ma la Terra esiste ancora? O sono rimasti solo quei singoli frame difficilmente interpretabili, lacerti di memoria (mediale) provenienti chissà da dove e chissà da quando, posti in loop su display sempre accesi e guardati solo dalla piccola figlia?  Senza memoria l’umanità è necessariamente messa in discussione: ogni pulsione sembra fine a stessa in questo carcere infinito e ogni azione diventa quindi sgradevole e violenta… sino alla nuova nascita. Evento che impone un nuovo desiderio di tempo e di spazio che assicuri la sopravvivenza futura. Tutto troppo cerebrale? Forse sì. Ma il film va al di là della sua riflessione teorica aprendo abissali universi emotivi tra le sue inquadrature e rivendicando una fiducia sconfinata nel cinema (e nel suo archivio di forme) come unico medium adatto a proiettare l’umano oltre ogni buco nero (della storia o della morale). Il futuro, per Claire Denis, è una dissolvenza in bianco: un nuovo schermo da abitare, un nuovo tempo da conquistare, un nuovo sguardo tutto potenziale?