"The Amazing Spider-Man", di Marc Webb

E' chiaro che Stan Lee non intende lanciare messaggi nei brevissimi (in realtà, sempre meno fugaci) cameos che lo vedono apporre la firma ai blockbuster tratti dalle sue creature a fumetti, un divertissement che strizza l'occhio ai fan e al contempo certifica provenienza e “ufficialità” dell'opera. Ma con il tempo, come già scrivemmo all'inizio di tutto questo, le sue apparizioni si sono fatte indubbiamente sempre più minacciose e, soprattutto, emblematiche. Sul finale di The Avengers, Stan Lee intento a giocare a scacchi in una delle postazioni all'aperto di Central Park, dichiarava all'intervistatore tv: “Supereroi a New York? Ma chi ci crede!” (una cosa del genere). E in effetti il film di Joss Whedon da tutto era abitato fuorché da supereroi nell'accezione stanleeiana, ovvero i superpersonaggi coi superproblemi (da un grande potere ecc ecc): come già negli episodi precedenti della saga Marvel, i protagonisti in costume si erano rivelati soprattutto degli aitanti bellocci muscolosi dalla battuta facile (ovvero lo stato del fumetto supereroistico prima dell'avvento proprio di Stan), senza alcun disagio per la propria natura, né difficoltà sociali-relazionali di sorta. In più, ai film in questione manca puntualmente un altro dei cardini fermi della poetica del loro creatore, ovvero il potentissimo conflitto con il tormentato antagonista, solitamente un personaggio di superba costruzione, tradotto invece invariabilmente qui in figure spesso frettolose e caricaturali e in una sorta di pretesto buono giusto per chiudere il film con una sequenza spettacolare.

Malauguratamente, Marc Webb pare rifarsi in tutto e per tutto a quella che potremmo chiamare “formula Favreau”, per questo suo nuovo Amazing Spider-man. Il personaggio più problematico e sfaccettato di tutto l'universo Marvel perde clamorosamente la sua fragilissima umanità e i suoi abissali dubbi esistenziali e morali (trasferiti, forse, nella figura dell'ultima stagione che più sembra invece somigliare al prototipo stanleeiano, ovvero il protagonista del benedetto Chronicle di Trank/Landis Jr) e si ritrova in una pellicola dalla oramai classica conformazione da “primo episodio”, pensata soprattutto per delineare elementi e traiettorie dei film che verranno (qual è la verità sui genitori di Peter Parker?), che si brucia per strada senza troppi rimpianti il contendente della situazione, quel Lizard/Curt Connors che davvero pareva avere più anima in quelle due-tre sequenze a film che gli dedicava Sam Raimi.
Ecco non vi è realmente alcun motivo per affrontare il parallelo con l'amatissima trilogia-capolavoro di Raimi, da cui Webb mutua però l'unica intuizione notevole del suo film, ovvero far sì che Peter/Spidey si trovi in buona parte delle situazioni a combattere senza maschera, facendosi spesso riconoscere, come a far cadere il dualismo tra l'eroe e l'uomo, lo sdoppiamento tra le paure dell'adolescente e quelle dell'Uomo Ragno che volteggia nei cieli di New York (volteggia ben poco, in realtà, dato che le sequenze action scarseggiano, anche in questo caso in pieno accordo con la conformazione da primo episodio – con buona pace del trio muscolare ingaggiato per il cast tecnico, Schwartzman/Scalia/Horner…).

Per il resto, l'incontro sulla carta perfetto tra il cineasta trendy Marc Webb e Emma Stone, che per iconografia e filmografia pare davvero nata per essere Gwen Stacy, dà i suoi risultati e produce un bel ritratto luminoso di adolescente introversa e innamorata – paradossalmente meglio caratterizzato e disegnato di quello dell'insipido protagonista che, di nuovo alla stregua degli Iron Man e dei Captain America, ci mette giusto un paio di sequenze ad accettare i superpoteri e la sua “missione”, e a dimenticare il trauma che dovrebbe spingerne le azioni, ovvero la morte di zio Ben (siamo sicuri che scriva Alvin Sargent?).
E allora il passaggio in scena di Stan Lee diventa stavolta davvero il più rappresentativo dell'intera saga: durante il corpo a corpo nella high school, Spidey e Lizard irrompono in un'aula dove, in primo piano, Stan è intento ad ascoltare un giradischi con delle enormi cuffie in testa. Serafico e sorridente, l'uomo non si rende conto che dietro di lui le due creature vanno sfasciando qualunque cosa, mura e suppellettili. Non importa cosa facciano i personaggi sullo schermo, a cui esplicitamente Lee volta le spalle: quello che interessa è che Stan possa continuare a sorridere, e a godere di questo giocattolo.

Titolo originale: id.
Regia: Marc Webb
Interpreti: Andrew Garfield, Emma Stone, Rhys Ifans, Sally Field, Martin Sheen, Denis Leary, Campbell Scott, Embeth Davidtz, Irrfan Khan, Annie Parisse, Chris Zylka, C. Thomas Howell
Origine: Usa 2012
Distribuzione: Sony Pictures Releasing Italia
Durata: 136'

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    Ottima recensione! Il film effettivamente è del tutto assimilabile ai peggiori Marvel Movies degli ultimi anni per superficialità e incapacità di elaborare tutti gli spunti, non stupisce che la Disney stia premendo per inserire "questo" Spiderman nella sua continuity. Più che "formula Favreau" si potrebbe però parlare di "formula Kevin Feige", che non a caso anche qui è produttore esecutivo.

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    Nemmeno nei suoi sogni più reconditi Jon Favreau potrebbe fare un film di questo livello. Bravo Marc Webb, che si conferma regista attento ai sentimenti dei personaggi che mette in scena, e ottimo Garfield, che fa dimenticare quell'insulso attorucolo di Tobey McGuire