The Substance, di Coralie Fargeat

Il mostruoso femminile come non l’abbiamo mai visto. Un body horror picture show probabilmente destinato a diventare un classico negli anni a venire. CANNES 77. Concorso

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A Star is Born. A Star is Dead. Ascesa e caduta di una stella del cinema e della Tv. Il nome è Elisabeth Sparkle. Un nome abbandonato su una stella all’Hollywood Boulevard che attraversa il tempo e le generazioni, e in pochi minuti la vediamo deteriorarsi come fosse un essere senziente. È quasi un film nel film il breve, magnifico, prologo con cui si apre The Substance, il secondo film da regista della francese Coralie Fargeat dopo il celebrato esordio Revenge del 2017. Siamo a Beverly Hills nella vita e nelle latenti psicosi di una non più giovanissima pin-up dello show system (Demi Moore straordinaria), protagonista di spot televisivi, campagne pubblicitarie, celebrazioni in prima pagina. Ma il tempo passa e quando l’immagine della donna non rientra più nei gradimenti del programma e del viscido produttore Dennis Quaid, reiteratamente inquadrato con grandangoli deformanti, Elisabeth ricorre alla “Sostanza”, un misterioso prodotto di laboratorio che sembrerebbe riportare indietro la giovinezza, creando un altro sé nella versione migliore. E infatti Elisabeth/Demi Moore cede alla tentazione. Si inietta il prodotto – che non a caso ha un look e un packaging tipico delle grandi multinazionali capitaliste e concettuali del XXI secolo – e dal suo corpo fuoriesce la sua avvenente versione giovane – non una vera e propria copia quindi, ma un’altra sè – che ha le fattezze di Margaret Qualley e decide di farsi chiamare Sue. Quest’ultima rimpiazza subito Elisabeth come pin-up. Ci sono delle regole però: ognuna di loro può esistere solo per sette giorni, nel mentre l’altra deve essere alimentata in una specie di letargo. Ogni sette giorni le due donne devono darsi il cambio, senza mai alterare l’equilibrio, né dimenticare l’avviso scritto a caratteri cubitali nella confezione del prodotto: ricorda che sei sempre una! Ben presto, come in un Jekyll e Hyde al femminile, una parte prende il sopravvento sull’altra. E il film sprofonda negli abissi del freak movie. Fino ad arrivare al finale in diretta tv, dove in pratica The Substance sovverte di senso il pre-finale ambientato nel teatro di The Elephant Man di David Lynch, anch’esso espressamente citato nel make-up, trasformandolo in un vero e proprio body horror picture show.

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Forse The Substance andrebbe visto in coppia con Blonde di Andrew Dominik, altra allucinata riflessione sulla mercificazione della donna e sul delirio paranoide dell’oggetto del desiderio. È come se Coralie Fargeat avesse elaborato l’inconscio di quello strano film su Marilyn Monroe, come anche di tanti altri pezzi di cinema – assolutamente necessario rifarsi all’opera di David Cronenberg ovviamente, ma soprattutto a Showgirls di Paul Verhoeven di cui sostanzialmente riprende l’ostentazione pubblicitaria ed erotica dei corpi e degli spazi visuali – e di studi femministi post-umani (è un film che dovrebbe piacere a Jude Ellison Sady Doyle), per procedere a una messa in forma, cinematografica, plastica e teorica, di un subconscio del “mostruoso femminile”, che vede nel body horror il suo approdo più naturale e dirompente.

In tutta questa sovrastruttura di fonti, segni, rielaborazioni, Coralie Fargeat non si tira indietro nelle regole del “genere” che ha deciso di omaggiare e rivoluzionare. E così, senza dimenticare l’autoironia, spreme tutto quello che c’è da spremere: ossa, escrescenze, natiche, mammelle, bulbi oculari, liquidi giallastri e spruzzi di litri di sangue come non se ne vedevamo dai tempi di Carrie – e De Palma nella sua morbosità voyeuristica nei confronti dell’immagine femminile è un altro dei tanti possibili innesti di questo Frankenstein cinematografico che assembla pezzi da tante fonti diverse per costruire un nuovo “mostro”, senza perdere mai la sua identità autoriale, la sua singolarità poetica. E soprattutto senza che The Substance diventi mai una celebrazione nostalgica del cinema del passato. Semmai qui le fonti appaiono meri strumenti “politici” e linguistici di un discorso personalissimo e dolente che difficilmente abbiamo visto esprimere con tale lucidità e con una tale rabbia polemica nei confronti dei media e delle dipendenze naricistiche da essi indotte. Ed ecco che allora il “Ricorda che sei sempre una!”, l’avvertimento che Elisabeth/Sue non riesce a portare a compimento, potrebbe essere lo stesso leitmotiv inconscio che accompagna la cineasta per tutto il film, impegnata a mettere in gioco le sue scissioni identitarie tra narcisimo e consapevolezza, cinema di genere e cinema d’arte, nonché il suo variegato puzzle referenziale per ritrovare e mantenere il suo “equilibrio”, definire da sola un nuovo limite alla rappresentazione del corpo nell’horror e dare una forma compiuta a questa sua delirante, oscura e personalissima lost highway, probabilmente già destinata a diventare un classico negli anni a venire.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
3.67 (3 voti)
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