The Whale, di Darren Aronofsky

Un film bellissimo e straziante. Che compie il miracolo di sciogliere via via il peso del protagonista e del Cinema in una dimensione eterea, spirituale. Un autentico atto di fede. Concorso.

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Nella prima sequenza assistiamo a una lezione di scrittura creativa su una piattaforma online. L’inquadratura stringe su un desktop che è un mosaico di schermi. Vediamo il volto di tutti gli studenti tranne uno, quello al centro occupato dall’insegnante. Solo una voce a occupare quel quadrante nero. Una voce che detta le regole per una buona scrittura: “Siate sinceri!” L’inquadratura si stringe nella finestra al nero per poi riaprirsi all’interno dell’abitazione di Charlie, l’insegnante protagonista, obeso, enorme, debordante. Un corpo bigger than life, che occupa spazio e allo stesso tempo costringe a ripensare lo spazio, quello dello sguardo, quello del set e dell’immagine che qui è in 4:3, come il cinema degli autori di una volta e come i piccoli schermi del mondo di oggi, che Charlie utilizza per insegnare ma che allo stesso tempo teme per la loro crudeltà espositiva, per la loro “cattiveria” – una parola che ricorre frequentemente nella logica formale e religiosa di The Whale, giocata costantemente nella dicotomia della scelta: bontà/crudeltà, corpo/anima, interno/esterno, visibile/invisibile.

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Charlie pesa 270 chili e ha problemi cardiaci irreversibili. Cammina a fatica con un deambulatore, trascorrendo le sue giornate sul divano, leggendo le tesine dei suoi studenti e mangiando pizza. Si occupa di lui l’infermiera Liz, la sorella del compagno di Charlie la cui morte alcuni anni prima per suicidio ha portato il protagonista a ingrassare e a chiudersi in casa. A Charlie restano pochi giorni da vivere, durante i quali deve riallacciare i rapporti con la figlia diciassettenne Ellie, che lui ha abbandonato quando aveva solo 8 anni. E poi c’è Thomas, un altro giovane ragazzo ossessionato dalla fine del mondo che insistentemente di convertire Charlie “perché ne ha bisogno”.

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Aronofsky firma probabilmente il suo The Elephant Man. Charlie è il John Merrick del XXI secolo. Il corpo mostruoso che insegna agli altri cosa vedere e come (poter) amare. Ma è anche il riflesso di una nuova rielaborazione del rapporto padre-figlia già raccontato in The Wrestler, di cui è una sorta di contro-canto metafisico. Alla base c’è comunque l’omonima opera teatrale di Samuel D. Hunter, che Darren Aronofsky voleva trasporre su grande schermo da circa dieci anni e che sembra perfetta per i simbolismi e le metafore ruvide che da sempre compongono, nel bene e nel male, il cinema del cineasta americano. La Casa come arca. Come luogo di protezione in cui salvare la Famiglia, la Scrittura, l’Amore. Aranofsky si conferma un cineasta da Vecchio testamento (Noah), tessitore di parabole in apparenza elaborate, ma in verità semplicissime, essenziali. Un unico luogo, quattro-cinque personaggi. Un arco di tempo ridotto a una settimana, mentre fuori piove quasi ininterrottamente, come fosse in corso un “nuovo” diluvio universale (ancora Noah), la fine del mondo da cui è ossessionato il giovane predicatore. Eppure lo spazio-set in The Whale sembra uno spazio organico (Madre!), ora troppo stretto per il corpo in disfacimento di Charlie, ora aperto all’incontro con l’altro, all’attesa di un abbraccio che è l’immagine mancante attorno a cui ruota tutto il centro emotivo di questo film bellissimo e straziante. Capace di compiere via via il miracolo di sciogliere il peso del protagonista e del Cinema in una dimensione eterea, spirituale. Un autentico atto di fede.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
Sending
Il voto dei lettori
3.8 (15 voti)
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