Noah, di Darren Aronofsky

Noah è “il” film di Darren Aronofsky: correttamente da più parti il parallelo è corso a The Fountain, ma è altrettanto evidente come l'opera spartisca tematiche quantomeno anche con Pi Greco e Il cigno nero. Da questo punto di vista, lo ripetiamo, si pone subito come testo definitivo del racconto portato avanti negli anni dal cineasta, questa volta filtrato attraverso il linguaggio del blockbuster per le masse internazionali e dunque ulteriormente semplificato (nella selva di comparazioni che la critica va incrociando, il mio contributo è indirizzato al candido e amato Last Airbender di Shyamalan), col risultato di coglierne un'istantanea perfettamente autorappresentativa, verrebbe da dire la più precisa e riuscita (!) mai firmata dal cineasta: Noah è il cinema di Aronofsky, prendere o lasciare.
Sul versante onirico/videoclipparo (in generale non è il caso di parlare di visionarietà per Darren), Aronofsky e Libatique ripropongono l'armamentario pirotecnico a loro così caro e immediatamente riconoscibile, tra clip di montaggio velocizzate e stilizzate, colori ultratrattati, solarizzazioni, una certa epilessia dell'immagine in trance. E per quanto riguarda l'anima di questo caparbio Noè, ancora una volta un personaggio di Aronofsky è ossessionato dalla predestinazione, perseguitato da un doppio da incubo, incastrato in una dimensione di delirio allucinatorio che finirà per allontanarlo dalle persone amate e dalla comunità.

L'espediente biblico si fa così per l'autore certamente ambizione vicina ad un Wolfgang Petersen meno chiassoso, e al contempo punto d'arrivo di un percorso di graduale avvicinamento all'arca di Hollywood, iniziato con The Wrestler e continuato con il woman's film schizofrenico dei nostri giorni che era Black Swan: questo Noè, nuovo personaggio dissociato e ai margini delle convenzioni sociali della galleria di emarginati mistici del regista, diventa soprattutto per Aronofsky la sfida per una conquista, e va da sé per una salvezza, del classico.
Non è un caso che il cineasta abbia scelto per questa sua folle operazione il corpo che più incarna oggi il lascito di un passato immaginifico da giganti, Russell Crowe qui mastodontico, davvero ormai padre e origine del cinema epico della contemporaneità (si pensi a Robin Hood, Man of Steel, e in qualche modo anche a The next three days…) come solo Kevin Costner (ecco, Kevin Reynolds è un altro riferimento importante, e la cieca ostinazione implacabile di Noè ad un certo punto ricorda quella, altrettanto dolorosa, del sublime Devil Anse…).

Il vero volto del film è allora in quella inaspettata e sorprendente sezione “da camera” all'interno dell'arca ormai salpata tra le acque che ricoprono la terra (ancora una volta un kolossal del nuovo millennio non riesce a non rinchiudersi in un set dalle misure dichiarate dopo un'ora di fuochi d'artificio…), quando la tragedia del patriarca, arcaica più dal punto di vista cinematografico che da quello biblico, si fa ludica, disperata e rabbiosa pazzia, le urla di agonia della razza umana che annega induriscono il cuore di Noè e il suo sguardo si mostra follemente deciso a non tentennare neanche davanti al sacrificio più grande.
Nelle potenti e drammatiche traiettorie familiari che si sviluppano all'interno dell'enorme imbarcazione c'è il miglior cinema mai girato da Aronofsky, e i giganti di pietra a passo uno simulato della sezione iniziale ne restano fuori: dal paganesimo organic di Darren, all'antico testamento certificato di Hollywood. Genesi o Apocalisse?

Titolo originale: Id.
Regia: Darren Aronofsky
Interpreti: Russell Crowe, Jennifer Connelly, Anthony Hopkins, Logan Lerman, Douglas Booth, Emma Watson, Ray Winstone
Origine: USA, 2014
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 138'

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    il miglior articolo di Sergio Sozzo, complimenti! Raramente mi avete messo così tanta voglia di vedere un film. Grazie!