The Writing on the Wall: la saga di Candyman

Con l’arrivo in sala del nuovo capitolo orchestrato da Jordan Peele e Nia DaCosta, ripercorriamo le apparizioni al cinema della creatura tenuta a battesimo da Clive Barker

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Hellraiser – Non ci sono limiti, Cabal e Candyman – Terrore dietro le specchio, ovvero quanto basta per sintetizzare al meglio il rapporto tra Clive Barker e il cinema; e poco importa che, al di fuori di questo trittico sublime, il rapporto in questione sia stato tumultuoso, disomogeneo, mal corrisposto. È vero, Barker ha dato al cinema certamente molto più di quanto abbia ricevuto in cambio (al punto che la sua ultima regia risale ormai al 1995, Il signore delle illusioni), spesso ritrovandosi coinvolto in operazioni di bassa lega volte a sfruttarne biecamente il nome: ma nel 1992 la sua popolarità era ancora all’apice e oggi, dopo quasi trent’anni, l’uscita nelle sale del sequel Candyman (diretto da Nia DaCosta e scritto e prodotto da Jordan Peele), è davvero l’occasione ideale per ritornare su un’opera monumentale che non ha perso nulla in termini di potenza evocativa. Tratto dal racconto The Forbidden (contenuto in Visions, quinto volume dei celebri Libri di sangue), rispetto al quale l’ambientazione si sposta da Liverpool a Chicago, il film di Bernard Rose apre un decennio che sarà terribile per il genere ma dal quale, rivisto oggi, ne esce a testa alta come uno dei maggiori rappresentanti, anche in termini puramente iconografici (ripensando all’horror degli anni Novanta, il babau interpretato da Tony Todd è secondo in popolarità soltanto al Ghostface di Scream).

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Un uncino al posto della mano destra, un pesante cappotto di pelliccia e il petto dilaniato dalle api: il Candyman del titolo è l’afroamericano Daniel Robitaille, pittore di talento nell’America schiavista di fine Ottocento che aveva compiuto il fatale errore di innamorarsi – ricambiato – di una sua modella, prima di finire giustiziato dalla folla aizzata dal padre di lei. Oggi è sufficiente ripeterne il nomignolo cinque volte davanti allo specchio per evocare la sua furia omicida, fomentando una leggenda urbana che susciterà l’interesse di una laureanda al lavoro sulla propria tesi (Virginia Madsen), fino alle conseguenze più drammatiche. Scritto dal regista e cadenzato dalla meravigliosa partitura musicale di Philip Glass, Candyman – Terrore dietro lo specchio è un racconto stratificato e denso di suggestioni contemporanee, capace di mettere in ginocchio le certezze dell’America di fine millennio (il pestaggio di Rodney King è appena dell’anno precedente): basterebbe la prima sequenza, con il campo lungo dello skyline di Chicago che viene raggiunto e avvolto da uno sciame di api (è guerra!), per capire che il film punta su un’aggressività che è innanzitutto visiva, quasi senza precedenti. Un horror che lavora sull’immagine e sui luoghi, ambientato nei quartieri popolari degli ultimi e dei reietti, dentro edifici fatiscenti, nei tunnel, nei sotterranei, tra latrine pestilenziali e cataste di rifiuti; e il male impronunciabile evocato dallo specchio attraverso il quale guardiamo è il riflesso di una Storia, la nostra, costruita sulla violenza e il razzismo e che trova la sua origine nel Mito della nascita di una nazione e della Guerra Civile, tramandata a noi grazie all’immagine (la pittura, i graffiti). “I am the writing on the wall”, dice Candyman (è guerra!), e Virginia Madsen/Helen Lyle che esce – letteralmente – dalla sua bocca/murales in una delle inquadrature più suggestive e rappresentative del film è l’identificazione definitiva in un’eredità che ci riguarda tutti. Regista raffinato e generalmente sottovalutato (sempre in ambito horror, la sua rilettura contemporanea di Frankenstein del 2016 è tutt’altro che trascurabile), Rose disattende le regole dello slasher, distilla con parsimonia le apparizioni del mostro e presta una continua attenzione alla dimensione tragica di un racconto in cui tutti alla fine sono vittime (la protagonista è quanto di più lontano si possa imaginare da un’eroina, o scream queen che dir si voglia, tipica del genere), arrivando persino a negare il tradizionale happy end. “Due persone vengono assassinate e la polizia non fa niente, una donna bianca viene aggredita e mettono sotto chiave il palazzo”: quasi tre decenni prima del Black Lives Matter, Candyman – Terrore dietro lo specchio mette in scena un paese diviso e sorretto da un equilibrio sul punto di crollare definitivamente, una metropoli/culla del benessere che si riflette nel suo opposto e nel rimosso, in quel mastodontico complesso di case popolari al confine della civiltà, dove le voci alimentano la leggenda e le immagini ci ricordano un passato di sangue che sta per tornare (è guerra!).

Naturalmente il fascino esercitato dal villain di Tony Todd non poteva esaurirsi qui, e nel 1995 arriva appunto L’inferno nello specchio – Candyman 2, sequel che abbandona le strade e i ghetti di Chicago in favore di una più folkloristica New Orleans. Diretto da Bill Condon, regista interessante ma diseguale che darà il meglio di sé soltanto in seguito (Demoni e dei), il film prosegue il percorso iniziato da Bernard Rose da una prospettiva differente, individuale e intima: non più il rapporto del Male con il nostro mondo e la nostra Storia, ma il suo retaggio familiare. È infatti la storia della stirpe di Daniel Robitaille/Candyman ai giorni nostri: il racconto della scoperta di un’eredità di sangue che non coinvolge il mondo esterno bensì la nostra persona e la nostra carne, unico motivo di interesse di un film sostanzialmente privo della poesia tragica del capostipite e appesantito da una prima parte faticosa e poco coinvolgente. Come da prassi, aumentano – anche se di poco – sia il tasso di gore che il numero di apparizioni di Tony Todd, che in veste di produttore esecutivo firmerà poi il pessimo e totalmente trascurabile Candyman – Il giorno della morte di Turi Meyer, realizzato nel 1999 direttamente per il mercato straight to video e sancendo di fatto la morte della saga. I tempi di Jordan Peele e Nia DaCosta sono ancora lontani.

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