TORINO 31 – Molière in bicicletta, di Philippe Le Guay (Festa Mobile/Europop)

Una commedia sul teatro e sul mestiere dell’attore, tra repentini passaggi dalla realtà alla finzione: un cinema di pura scrittura che vuole divertire lo spettatore, e per farlo decide di percorrere la strada dell’arte e della cultura. Senza mai osare, senza mai intromettersi nel combattimento quasi fisico tra i suoi due attori, Le Guay segue fedelmente i personaggi e le loro gesta, realizzando un film garbato e sottovoce. Forse persino troppo

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Il Torino Film Fest presenta Molière in bicicletta, fenomeno della stagione cinematografica francese, vero e proprio campione di incassi che il 12 dicembre prossimo si appresta ad esordire anche presso le sale italiane. E da qui potrebbe benissimo cominciare una riflessione sulle diverse sensibilità del pubblico e su cosa si richieda effettivamente ad una commedia, oggigiorno. Questione di gusti, priorità e impostazione culturale, certo. Perché il film di  Philippe Le Guay non sembra avvicinarsi affatto a quelle tendenze tutte italiane che ritroviamo, puntualmente, sui nostri schermi e in testa alle nostre classifiche: Molière in bicicletta è una commedia nel senso puro del termine, cinema di scrittura e di attori che combattono (anche fisicamente) per il proprio ruolo in scena. I bravissimi Lambert Wilson e Fabrice Luchini interpretano due amici attori alle prese con le prove per un futuro allestimento di Il misantropo: il primo è un attore di successo, fresco di consensi per le sue interpretazioni televisive; il secondo invece ha abbandonato le scene da molti anni, e viene appunto convinto dal personaggio di Wilson a ritornare sui propri passi. Da qui comincerà una vera e propria competizione tra i due, entrambi fermamente intenzionati ad accaparrarsi il ruolo di Alceste, fino a quando tra loro si interporrà un personaggio femminile (interpretato da Maya Sansa) che, come prevedibile, sconvolgerà completamente equilibri e previsioni.

 

Una commedia sul teatro e sul mestiere dell’attore, tra repentini passaggi dalla realtà alla finzione che, in alcuni momenti potrebbe persino richiamare Venere in pelliccia di Roman Polanski: senza mai osare, senza mai intromettersi nel combattimento tra i due,  Le Guay segue fedelmente i suoi personaggi e le loro gesta, realizzando un film garbato e sottovoce. Persino troppo: Molière in bicicletta prosegue liscio e dritto senza mai scalfire, risultando forse un cinema troppo controllato, quasi comandato a distanza. Un cinema di pura scrittura che vuole divertire lo spettatore, e per farlo decide di percorrere la strada dell’arte e della cultura. Forse solamente per questo andrebbe difeso, almeno timidamente; perché appare davvero come un esempio di commedia fuori dai canoni ai quali è ormai abituato lo spettatore italiano. Alieno da volgarità e da bassezze triviali, corretto nella forma (per quanto, come detto, fin troppo tradizionale) e con un occhio costantemente rivolto alla bellezza del sapere e della conoscenza. Quanto basta per conciliare correttamente intelligenza e sorriso.

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