Tulsa King, di Taylor Sheridan & Terence Winter

Se ogni progetto di Sheridan è una storia di fondazione, allora questa è la più ambiziosa. Perché passa attraverso un Apocalisse. Quella del Mafia Movie, che cede a vantaggio del mito della frontiera.

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Alla base di Tulsa King c’è probabilmente un dialogo tutto esterno alla serie. Taylor Sheridan pare in effetti assecondare quei critici (pochi, ma ce ne sono) che lo accusano di essere un workaholic, di lavorare a troppi progetti, rischiando costantemente di firmare una serie, un film, più stanchi del solito. Così lo sceneggiatore entra a gamba tesa nel dibattito, si riduce a brand replicabile, atomizza il suo sguardo e suddivide il lavoro tra Terrence Winter e, soprattutto, il corpo di Sylvester Stallone, alla prima esperienza nella serialità televisiva.

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È una scelta affascinante, anche solo perché lascia emergere le domande più interessanti. La prima è evidente: di chi è, davvero, Tulsa King? Almeno in apparenza né di Sheridan né di Winter. Tutto il primo atto pare in effetti cucito addosso a Stallone. Le rughe del boss Dwight Manfredi, che a settantacinque anni esce dal carcere dopo quasi trent’anni da innocente sono le sue rughe; il disincanto che lo coglie quando, dall’oggi al domani, è costretto ad andare da New York a Tulsa, a contatto con una società che ormai l’ha lasciato indietro, per reclamare un territorio vergine, iniziare a fari affari, è lo stesso ironico disincanto con cui la generazione di Stallone guarda spesso al contemporaneo, così come assolutamente Stalloniana è la risolutezza con cui il protagonista affronta rivali, congiure, intrighi che provano a metterlo da parte.

Dwight Manfredi nasce con Stallone, tutto, in Tulsa King sembra reggersi sul suo attore protagonista, che lentamente prende piede nello spazio narrativo, marca quasi il territorio e arriva ad autocitarsi in un finale che ricalca letteralmente il clamoroso ultimo atto di Rambo – Last Blood. Ma se è certo che il corpo attoriale di Stallone, mai tra l’altro così consapevole del peso del tempo su di sé, è ciò che funziona meglio in Tulsa King, la serie di Sheridan e Winter è davvero solo questo, un gioco concettuale del suo protagonista, che può ripensare la sua attorialità all’insegna di un’inedita ironia malinconica e ribaltare il tradizionale sentimento reazionario di certi suoi personaggi?

Ancora, è una questione di domande. Il secondo interrogativo che stimola Tulsa King è in effetti legato al carattere Sheridaniano della sua scrittura. Dove si posiziona, in sostanza, il precipitato dello sguardo di Sheridan a contatto con questo spazio solo in apparenza alieno, in realtà legatissimo ai tradizionali territori di frontiera evocati dallo sceneggiatore?

Non si tratta, in effetti, di una questione scontata. Perché, a, lungo andare, di Tulsa King, non colpisce l’emersione di certi dettagli, di certe schegge di quel mondo, come le belle sequenze con Pilot, il ronzino ribelle che pare apparire spesso a Manfredi come in una visione, oppure le divertite tirate conservatrici del protagonista, dettagli che, presi nell’insieme, rafforzano il ruolo di Sheridan come narratore centrale di un certo sentimento dell’America repubblicana, quanto certi scartamenti.

 

Perché come nella migliore tradizione dei romanzi di formazione quella di Tulsa King è una graduale, appassionate storia di consapevolezza e svelamento: con il tempo, come prevedibile Dwight diverrà sempre più legato alla comunità di Tulsa e prenderà atto di come, dell’Onorata Società Mafiosa di cui faceva parte, dei suoi codici, del suo distorto onore, ormai non esista più nulla. È ancora, sempre, una serie di Taylor Sheridan Tulsa King, anche solo per la malinconia, la disillusione di cui si caricano le sue immagini, per i silenzi, i tempi dilatati che accompagnano Dwight mentre assiste alla dissoluzione del suo mondo.

O forse Sheridan sopravvive nella volontà, ancora, come sempre, come Yellowstone, come Mayor Of Kingstown, il tentativo di raccontare il mito di fondazione di una società sui generis.

Ma nel caso di Tulsa King tutto si fa più complesso. tragico. Perché il conservatore Sheridan pare voler eliminare un’idea di mondo vecchia, malata, reazionaria, per riscriverne i canoni a partire da una contemporaneità governata da nuovi gruppi sociali e rituali. Così ecco che nella realtà restaurata di Sheridan Mitch diviene il paladino della blackness, basta una transazione di crypto valute per mandare in crisi il boss rivale, il rispetto si guadagna a suon di spari ed i dissapori si chiariscono a favore di un bene superiore. Tulsa King ammette in tralice, con lucidità spiazzante l’impossibilità, oggi, di tornare al canone del mafia movie e forse non è un caso se, tra solidarietà e passo multiculty, il punto di ripartenza di Sheridan passi attraverso suggestioni che rimandano evidentemente ad un’altra mitologia, ben più contemporanea: quella di Dom Toretto.

E dunque Tulsa King è la prima vertiginosa Apocalisse dello Sheridanverse, la fine di un intero mondo a cui tuttavia l’ironia cinica del suo autore non concede, forse, il colpo di grazia. C’è sempre tempo, in fondo, per un nuovo tradimento, come a riconoscere che il processo di rinnovamento è appena iniziato.

 

Titolo originale: id.
Creata da: Taylor Sheridan, Terence Winter
Regia: Allen Coulter (Episodi 1, 2) Ben Richardson (Episodio 3), Ben Semanoff (Episodi 4, 5), Guy Ferland (Episodi 6, 7), Lodge Kerrigan (Episodi 8, 9)
Interpreti: Sylverster Stallone, Andrea Savage, Martin Starr, Domenick Lombardozzi, Max Casella, Garrett Hedlund

 

Distribuzione: Paramount+
Durata: 9 Episodi, 36-43′ minuti a episodio
Origine: USA, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
Sending
Il voto dei lettori
4.5 (2 voti)
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IL N.14 DELLA RIVISTA DI SENTIERI SELVAGGI

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