"Tutto tutto niente niente", di Giulio Manfredonia

antonio albanese alias rodolfo favaretto in tutto tutto niente nienteE se Tutto tutto niente niente fosse uno di quei film di fantascienza politica con forze oscure che manovrano i destini dell'umanità? Se il ciclo di Fantozzi era arrivato ai piani alti con i suoi megadirettori con poltrone di pelle umana, qui invece ci troviamo nella contemporaneità ma trasportati quasi in un universo parallelo, grottesco e, perché no, pure con qualche deriva felliniana, con la dimora sfarzosa di Cetto La Qualunque o il palazzo del Parlamento che sembrano uscire da quegli sfarzi immaginativi del regista riminese. O anche il "Voglio un troione!" può essere letto come la deformazione di "Voglio una donnaaa!" di Ciccio Ingrassia di Amarcord.

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Dopo il grande successo al box-office di Qualunquemente, Tutto tutto niente niente non è proprio un vero e proprio sequel ma solo un terzo di sequel. Ritorna infatti Cetto La Qualunque che stavolta è vittima di una crisi politica e sessuale ma a lui si affiancano anche Rodolfo Favaretto che commercia migranti clandestini e rincorre il proprio sogno secessionista e Frengo Stoppato che è vittima di una madre ingombrante e ambisce alla beatificazione in vita.

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fabrizio bentivoglio in tutto tutto niente nienteSi potrebbe provare a immaginare Tutto tutto niente niente non come se fosse la moltiplicazione del corpo di Antonio Albanese ma solo come se interpretasse soltanto un solo personaggio, Cetto. Quindi scordarsi i passaggi televisivi e vedere gli altri personaggi come emanazioni della fantasia del comico pugliese (che ha scritto la sceneggiatura assieme a Piero Guerrera) ma incarnati da attori diverse. Si entrerebbe così meglio nel clima di questo detour esaltato da un barocchismo smisurato e anomalo per una commedia italiana, dove Giulio Manfredonia non solo conferma di essere l'unico a dare ad Albanese uno spessore cinematografico senza per questo volerne contenere l'irruenza (mentre erano falliti, per esempio, i tentativi di trasformazione di Carlo Mazzacurati, i fratelli Taviani e Pupi Avati o erano spesso sterili, tranne L'uomo d'acqua dolce, le sue prove come regista) ma si comporta quasi come un Camillo Mastrocinque con Totò in cui gli concede inizialmente tutto lo spazio e poi ne cattura l'energia. Sembra volgersi verso una dimensione futuristica, ma in questo senso ha molto del cinema italiano degli anni '50, nelle esplorazioni dei suoi personaggi tra Nord e Sud. Ovviamente contaminato da un'esplosività cromatica che crea anche un commovente contrasto con Raffaella Carrà in bianco e nero che canta il Tuca Tuca, colori che scoppiano dentro l'inquadratura come petardi come in quell'immagine parcellizzata con le prostitute di tutto il mondo che parlano tra loro e dicono che Cetto non è più quello di prima che hanno lo stesso rimbombo di battute come il dialogo tra Cetto e la psicologa su Freud.

Si ride in Tutto tutto niente niente ma proprio perché la predominanza del corpo-Albanese è in equilibrio con una galleria di maschere che va dal sottosegretario interpretato da Fabrizio Bentivoglio, al fedele Pino (Nicola Rignanese) di Cetto, alla madre di Frengo (Lunetta Savino) mentre solo la presenza di Paolo Villaggio in questo contesto apare quella più sonnolenta. E' ingiusto chiamarlo 'nuovo cinepanettone' ma se questa è un'alternativa, ben venga.

 

Regia: Giulio Manfredonia

Interpreti: Antonio Albanese, Fabrizio Bentivoglio, Lunetta Savino, Vito, Nicola Rignanese, Lorenza Indovina, Paolo Villaggio

Distribuzione: 01 Distribution

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Durata: 90'

Origine: Italia 2012