"Un cammino che finisce in allegria": La sedia della felicità – Incontro con Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese, Giuseppe Battiston

Il grande addio di Carlo Mazzacurati è avvenuto all’insegna della sana leggerezza, non a caso una delle cinque lezioni per i nuovi tempi di Italo Calvino. Questa mattina presso la Casa del Cinema gli amici collaboratori del compianto regista hanno presentato il suo ultimo lavoro, La sedia della felicità, titolo scelto da un bambino. Presenti in sala gli interpreti Valerio Mastandrea, Isabella Ragonese e Giuseppe Battiston, gli sceneggiatori Marco Pettenello e Doriana Leondeff e il produttore Angelo Barbagallo. Presenti in sala anche Marina ed Emilia, moglie e figlia di Carlo Mazzacurati ma anche aiuto regista, la prima, e fotografa di scena la seconda.

 

Il film racconta della ricerca di un tesoro nascosto in una sedia intrapresa da un’estetista, un tatuatore e un prete, in un viaggio che racconta umori, personaggi e stranezze di un nordest caratteristico ma rappresentativo dal resto del paese.

 

Il film è arricchito da una serie irriverente di camei e apparizioni brevi quali, tra gli altri, quelle di Katia Ricciarelli, Milena Vukotic, Raul Cremona, Antonio Albenese, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando.

 

 

Vi va di condividere un ricordo di Carlo Mazzacurati?

Valerio Mastandrea: Ricordo solo un grande entusiasmo quotidiano, nonostante le difficoltà. Non ce ne siamo accorti della malattia, e nemmeno lui. E’ stato un lavoro di due mesi con qualche incontro per la sceneggiatura. Mi hanno fatto capire quanto mi mancherà come essere umano e come uomo di cinema – che amava più di quanto lo amo io. Un ricordo molto importante per me è legato al fatto che io e lui parlavamo del mio personaggio in terza persona, Dino, come se fosse uno che camminava per strada e noi lo avessimo visto fare delle cose. Io pratico uno scollamento antimetodico dai miei personaggio al quale ha partecipato anche lui, era nel nostro immaginario. È una cosa che spero di continuare a fare.

Giuseppe Battiston: Vi racconto un aneddoto. Come avete visto un punto di forza di questo film è la ricchezza del cast, ci sono tutte le persone che amava di più con dei camei preziosi. Mentre preparava il film mi raccontava dei camei e io gli chiedevo se davvero poi tutte le persone avrebbero partecipato. La sua risposta è stata “ma certo che vengono, chi vuoi che dica di no a un povero malato!”. Questo film racconta il suo spirito, il suo modo di affrontare il mestiere e la vita, il suo mondo.

Isabella Ragonese: Io l'ho conosciuto per poco tempo, per rispetto evitiamo ogni retorica alla quale era allergico. Ho dei ricordi molto belli che tengo gelosamente per me. Dal punto di vista lavorativo mi ha insegnato una cosa molto bella: noi facciamo un mestiere che ci fa vivere ancora nel tempo. Rivedendo i film possiamo sentirlo vicino. In questo film si ride non per fare finta che le cose brutte non esistono ma la sua ironia è un punto di vista, un modo da cui vedere le cose con la giusta distanza. L’altra lezione che mi ha lasciato è che quando questo mestiere è una passione ti dimentichi di tutto, non ho mai percepito la difficoltà. E’ bello che gli ultimi mesi li ha trascorsi non in ospedale ma con le persone a cui voleva bene, senza malinconia.

 

Come ha sottolineato Marina, non è un film postumo. Quando è nata l’idea? Prima si chiamava La regina delle nevi.

Doriana Leondeff: Io ho lavorato con lui in 4 film, questo desiderio di leggerezza viene da molto lontano, è precedente alla malattia. Avevamo scritto la prima stesura quando Carlo non sapeva di essere malato. Quando poi è successo paradossalmente il lavoro ne ha acquistato in termini di lucidità e buon umore. La malattia ha sgombrato il campo da tutto quello che era inutile per arrivare al cuore allegro delle cose. La regina delle nevi era un titolo che ci piaceva ma forse non rappresentava il film fino in fondo, poi è arrivato questo suggerimento da un bambino – cosa che lo faceva impazzire di gioia.

Marco Pettenello: La riflessione è nata prima della malattia che poi l’ha stimolato accelerando le riflessioni che aveva in mente. Aveva descritto in passato il disagio di vivere in Italia, anche con una certa malinconia, ma da un certo momento aveva capito che dentro questi centri commerciali, televendite e preti in disgrazia ci sono vite, destini, amore, rabbia, cose che si possono raccontare a un bambino e di cui è inutile parlar male. I nostri riferimenti sono venuti dal cinema di animazione, soprattutto Miyazaki, ad esempio Kiki consegne a domicilio, o Wes Anderson di Fantastic Mr. Fox. Quello che abbiamo raccontato è lo stesso mondo di Piccola patria, che però ne parla male mentre Carlo aveva voglia di dire che quella è vita. Si può pensare alle escursioni nel surreale di Zavatrini e De Sica. Questa è la terza commedia che scriviamo insieme. Negli altri due casi partivano con l’idea di un film allegro ma poi puntualmente calava la malinconia, perché sentivamo così il mondo e la difficoltà del vivere. Questo invece è un film spensierato, non stupido. È bello che il cammino sia finito in allegria.

Doriana Leondeff: Non solo non pensavamo che fosse l'ultimo film ma ne stavamo già scrivendo un altro con Mastandrea. Carlo era consapevole della malattia, infatti pensavamo a un film piccolo da girare in Toscana. Era un soggetto che stava prendendo forma, del materiale vivo ma ancora lontano da compiutezza.

 

Un tempo Carlo tendeva a disseccare la scenografia e a togliere l’intreccio a vantaggio delle situazioni e dei dialoghi. Ultimamente sembra aver ispessito sceneggiatura. È vero?

Marco Pettenello: Come spettatore aveva iniziato a seguire meno il cinema europeo a vantaggio di quello americano più eccentrico, come i fratelli Coen o Wes Anderson. Magari voleva portare questo tipo di cinema verso sè, aveva meno paura del cinema artefatto. Ne La lingua del santo c'era già questa cosa, sicuramente avrebbe continuato su questa strada.

 

 

Il modello del racconto russo de Il mistero delle dodici sedie è stato usato?

Marco Pettenello: È stato uno spunto però del romanzo è rimasto pochissimo se non il fatto che il tesoro si trovi in una sedia e che i personaggi sono due più uno, anche lì c’è un prete che si toglie l’abito. Il romanzo è ambientato dopo la rivoluzione, per mettere in salvo il tesoro dai comunisti in un momento di passaggio e di crisi questi personaggi si mettono alla ricerca di un tesoro rivelato da un uomo in punto di morte. Nel nostro non c’è la rivoluzione ma un momento di grossa crisi e difficoltà del vivere. Molti film sono stati tratti da questo romanzo.

 

 

È l'orso? E’ autobiografico visto che lo chiamavano “l’orso veneto”?

Angelo Barbagallo: Ci teneva moltissimo all’orso e noi l'abbiamo assecondato. Io non avevo capito bene poi ho capito che l'orso è lo stesso Carlo. Ci dice come vedere il film nella scena in cui allarga le braccia come a dire “che dobbiamo fare, così è la vita”. Per quanto riguarda l’interprete c’è un orso inglese troppo caro quindi ne abbiamo preso uno di Baltimora: è un uomo che viaggia con tre casse che contengono i pezzi dell’orso. Arrivati a Venezia si era persa una cassa, quella che conteneva la testa. Poi l’ha avuta e quando non girava quest’uomo si faceva le foto coi ragazzini, era diventato una star.

 

 

Ci sono dei punti di contatto tra te e il tuo personaggio, Dino?

Valerio Mastandrea: Io porto le mie caratteristiche nei miei personaggi ma non mi trasformo mai in loro.Questo personaggio è stato il completamento di un certo tipo di personaggio che ho portato in scena negli ultimi 10 anni, soprattutto il Nardini di Non pensarci. Dopo i primi film in cui ho esaurito il ruolo che mi davano spesso, cioè il ragazzetto disagiato, adesso credo di aver chiuso il cerchio rispetto a quest’altro tipo di personaggio.

 

 

Che donna è questa Bruna?

Isabella Ragonese: Carlo era uno che costruiva esteticamente i suoi personaggi, anche osando. Bruna è un’estetista, è molto colorata, quasi uno sponsor per il mestiere che fa. C'è stata tutta una presentazione via Skype – ricordo che, come ne La Passione, gli cadeva sempre la linea e lui si arrabbiava. Abbiamo costruito il personaggio  prima fisicamente, anche grazie alla costumista, poi è cresciuto sul set. I mestieri come quello di Bruna sono lavori per cui si incassano tutti gli sfoghi delle persone. Lei fa un passaggio da rifugio per le disgrazie dei clienti alla scelta di vivere la sua avventura. Dopo un po' che giravamo, mi ha detto che Bruna sembrava un'eroina di Miyazaki, ragazze normali senza un'età che poi si trovano in avventure rocambolesche. 

 

 

Tu hai già lavorato con Mazzacurati. Com’è stato il lavoro sul tuo personaggio? 

Giuseppe Battiston: E’ stata un'occasione unica. Il mio personaggio aveva una nuova disperazione, cercava di unire la disperazione materiale a quella della sua fede. Ho amato tanto l’ispirazione ai film d’animazione, dal genere delle emozione provate dai personaggi al montaggio e alla dimensione narrativa con queste persone che si inseguono con i mezzi più strani. Il film ha una struttura liberissima e bellissima. Mi sono divertito e ho goduto di qualcosa di nuovo. Padre Weiner era piuttosto delicato, Carlo me ne ha parlato tanto, l’accento era sul conflitto di un uomo di fede tra il desiderio di qualcosa di migliore e il rapporto con fede. Poi il pensiero che ancora vaghi per i boschi giocando a briscola con l'orsa mi fa stare bene.