Una squadra. Il film, di Domenico Procacci

Una docuserie che ha lo spirito della commedia italiana nel racconto dei momenti precedenti, e qualcuno successivo, della vittoria della storica Coppa Davis del 1976. In sala da oggi fino al 4.

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La macchina del tempo riavvolge il nastro e torna nel 1976, anno in cui l’Italia ha vinto l’unica sua Coppa Davis a Santiago del Cile. Sono gli stessi protagonisti di quell’impresa che raccontano quella fantastica sfida: Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti e Tonino Zugarelli, il capitano Antonio Pietrangeli e in più l’ombra sempre presente del dirigente sportivo Mario Belardinelli morto nel 1998. Le immagini scorrono prima di tutto nei loro occhi. Non c’è voce-off né la presenza del regista ed è il chiaro segnale che Una squadra. Il film, firmato da Domenico Procacci al suo primo film come regista, ha così tanto materiale per camminare con le gambe sue. Ci sono foto, articoli dei quotidiani e copertine di riviste d’epoca (tra cui Il Monello) e soprattutto le immagini in bianco e nero. Procacci crea un controcampo continuo/presente passato. I dialoghi si intrecciano tra loro, l’affermazione di uno viene rilanciata da un altro, oppure una domanda trova una risposta nello stacco successivo.

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È una docuserie ma ha lo spirito di una commedia all’italiana, di quelle che negli anni ’70 potevano girare Risi, Scola e Monicelli affidandosi ai suoi grandi attori. Panatta e Bertolucci sono le star, Barazzutti e Zugarelli le spalle fondamentali e poi c’è Pietrangeli che potrebbe essere il finto narratore oggettivo ma poi entra di forza in campo. Panatta è il protagonista assoluto: la dolce vita di notte, lo spot del Brut 33, le scarpe portate via da Bertolucci al Roland Garros che ha vinto nello stesso anno insieme agli Internazionali d’Italia. Il tono è scanzonato e divertente. In più si sofferma sul clima che si era creato prima della finale perché una parte dell’opinione pubblica non voleva che i nostri tennisti andassero a giocare in Cile dove c’era la dittatura di Pinochet. Dario Fo, Franca Rame e Domenico Modugno erano contrari. Il cantautore aveva scritto anche un brano, “La ballata della Coppa Davis” in cui sottolineava “non mischiamo con faciloneria la dittatura con la democrazia”. Tra i favorevoli a giocare c’era invece Ugo Tognazzi, ancora coincidenza folle di come La squadra. Il film parla direttamente con la commedia all’italiana. “Noi in Cile – aveva sottolineato l’attore esporteremo automobili, sicuramente cinema, e importiamo rame. Ora, perché proprio Panatta non lo vogliamo esportare, e Bertolucci, Barazzutti e Pietrangeli?”. Poi c’è il famoso episodio della maglietta rossa, anche al centro del documentario di Mimmo Calopresti, indossata da Panatta e Bertolucci in quella che è stata la grande impresa nel tennis italiano, non replicata nel 1977, 1979 e 1980 quando ha perso in finale di Coppa Davis rispettivamente con l’Australia, gli Stati Uniti e la Cecoslovacchia.

Forse alla fine il flusso dei racconti diventa più monotono quando non c’è quel ritmo di ballo scatenato dell’inizio e si vede nelle testimonianze dei tennisti cileni Pato Cornejo e Jaime Fillol. In più lo scarto tra la serena vigilia della finale e il clima della dittatura di Pinochet poteva essere maggiormente approfondito. Potrebbe comunque esserlo sui sei episodi che andranno in onda su Sky dal 14 maggio.

Regia: Domenico Procacci
Distribuzione: Fandango
Durata: 74′
Origine: Italia, 2022

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
2.6 (5 voti)
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