Una vita spericolata, di Marco Ponti

Ponti torna ad un cinema decisamente più fisico e sfrenato, ma la smania di raccogliere più generi, due quelli funzionanti, rischia di fargli perdere la bussola. Con Matilda De Angelis

Dopo una casuale rapina in banca, Rossi (Lorenzo Richelmy), il fedelissimo amico BB (Eugenio Franceschini) e la bella Soledad (Matilda De Angelis) attraversano l’Italia in fuga dalla polizia e da una banda di gangster.

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Le coordinate geografiche nel film di Ponti sfarfallano come l’ago della bilancia. Partiamo dal suo Piemonte, dai confini più estremi, per poi rotolare verso sud sballottolati come biglie da flipper. Potremmo essere in Italia, ma forse lo realizziamo soltanto nell’epilogo, in quel torrido e mummificante sole della Puglia che tanto ha regalato al regista considerando il boom del dittico Io che amo solo te/La cena di Natale. Come l’itinerario, anche lo stile sembra servirsi di più scuderie. Se come BB fossimo ex o perché no attuali piloti di rally potremmo dire di aver fatto pit stop dal miglior offerente, e su un piano stilistico, dal linguaggio e più in generale dal genere più adatto all’occorrenza. Ponti esordisce da vero e proprio punk; Santa Maradona, seppur troppo glamour nell’esposizione, molto vicino al canone videoclip, era imbevuto di rabbia giovane, di quella volubilità, che non è per forza incoerenza, come se poi andasse calpestata, che teneva lo spettatore in bilico tra forma e sostanza, forse lasciando il passo alla seconda. Una vita spericolata ritrova quello spirito riottoso, non a caso si fonda sul mito sociale per eccellenza, Robin Hood, quei movimenti circensi, ipercinetici della mdp, qui avallati dalla compresenza di generi machisti, gangster-crime, action-crime, buddy movie….e una messa in scena che importa dai primi film i colori, gli ammiccamenti al pubblico young (tre star nascenti, i Subsonica, anche se dopo quasi vent’anni sembra più una rimpatriata) e la frenesia narrativa.

Dopo gli ultimi due, figli della penna letteraria e cinematografica di Bianchini, Ponti torna anche alla sceneggiatura. Forse smanioso di recuperare il tempo perso, sovreccitato e sovrastimolato dagli accadimenti reali, non a caso è doppio il nodo che ci lega alla nostra crisi economica e alla debacle del welfare, non si limita a dipingere le atmosfere con l’abbondanza di una tavolozza cinefila, ma prova a tutti i costi ad immergersi, ora più ora meno, nei meccanismi di genere, tanti generi. Ora, il pulp più di tutti paga lo scotto del “maneggiare con cura”, sia per le manovre di grandi maestri che per l’intrinseca difficoltà a risultare digeribile. Una vita spericolata si arrischia ad onorare il proprio titolo, il concetto di coraggio, con tanto di rimando a Seneca, che forse andava lasciato alla Storia, imbastendo un film che funziona più come parabola generazionale che come pastiche; la De Angelis si comporta come tante youtuber e wannabe attrici/cantanti/ballerine schiave del fandom/seguito di Instagram che però a furia di filtri, forse, a ventitré anni ti risparmi l’obsolescenza (grandioso il suo monologo in macchina in cui è la stessa frustrazione di Ponti a travalicare la camera, un simil-disgusto per una generazione di “eroi ed eroine” che non sono più quelli di Santa Maradona, e in cui lui stesso non si riconosce). Oltre al racconto di formazione, il tono da commedia, che un paio di volte sfocia nel comico dozzinale, si presta bene come calderone e forse una commistione ben proporzionata tra i due, senza voler accaparrarsi tutti i palati, avrebbe ripreso un abito fuori misura.

Regia: Marco Ponti
Interpreti: Lorenzo Richelmy, Eugenio Franceschini, Matilda De Angelis, Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo, Michela Cescon, Gigio Alberti, Libero De Rienzo, Mirko Frezza, Desirée Noferini, Alessandro Bernardini, Francesco Lattarulo
Distribuzione: 01
Durata: 102′
Origine: Italia, 2018

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