Uncut Gems – Diamanti Grezzi, di Josh e Benny Safdie

King of New York

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Uncut Gems è insieme il film perfetto per chiudere un decennio, e il primo grande titolo di questa decade nuova. Chiude i dieci anni precedenti (e forse un intero secolo slittato di un po’) perché conferma nei Safdie uno di quegli sguardi “cerniera”, in grado di connettere l’orizzonte cinefilo di riferimento (tirato in ballo senza troppi sotterfugi… Abel Ferrara, l’allibratore cinese, lo Scorsese anni ’80, forse addirittura un certo John Landis notturno) con modalità di stratificazione dei segni figlie dei flussi della narrazione elder millennial (almeno fino agli exploit precedenti, un trattamento pesantissimo inflitto alle immagini e ai synth del producer elettronico Daniel Lopatin, stavolta più “suonato” e pacato…). Al contempo, apre la battaglia del 2020+∞ ponendosi la vera domanda che più di tutte va caratterizzando il nostro presente di spettatori/utenti: da quale parte dello schermo si trova il cinema? Si tratta di un quesito a cui lo stesso Adam Sandler va rispondendo alla sua maniera nell’ultimo periodo, tra lo straordinario 100 % Fresh in cui lo vediamo esibirsi da busker nella metro di NYC, fino al Goldman v Silverman sempre insieme a Josh e Benny, stavolta tra gli smartphone puntati che chissà se lo riconoscono dei passanti di Times Square. Ed è vero che la spinta concentrica per cui nel turbinio del film finiscono star extra-cinematografiche (ma fino a che misura davvero?) come il campione NBA Kevin Garnett as himself o la popstar The Weeknd è la stessa delle commedie sandleriane più sgarrupate, attraversate di volta in volta da Shaquille O’Neal, Vanilla Ice, Billy Idol… (segue)

Marathon
Nel lavoro sull’isteria dissonante e cacofonica di New York, portato avanti almeno sin dai tempi di Heaven knows what, i Safdie lambiscono qui immaginari anche in apparenza lontani dal canone di partenza, come la Hong Kong dell’abissale Life without principle di Johnnie To, o l’ossessione martellante delle maratone di Amir Naderi a Manhattan: davvero Uncut Gems è tutto un film di barriere del suono da forzare, come gemme inscalfibili da tagliare (lo fanno gli zoom in astratti che aprono e chiudono l’opera, entrando e uscendo dal corpo di Howie per trasferirsi nella dimensione multicolore delle pietre preziose, e viceversa) – la voce stridula e petulante del ciarlatano Sandler è perennemente coperta dai molteplici strati di suono della città, i rumori prepotenti della strada, voci su voci che si intrecciano nell’incasinatissimo negozio del protagonista, interferenze lontane provenienti da schemi e altre fonti elettriche, i tappeti musicali di Lopatin. Nell’energia malsana dei corpi che si sfiorano sotto le luci al neon dei club e nel magnetismo sessuale dell’amata Julia sembra di essere tornati alle notti dei Padroni di James Gray (e anche ai confini invalicabili delle sue famiglie ebree), ma quando Uncut Gems affronta il wall of sound dei marciapiedi della metropoli sembra davvero il cinema che girerebbe Phil Spector se producesse un film (end of the century…). Come difendersi da questi assalti sonici, e sfondare le teche come fa il gigantesco KG nell’incipit? Howie/Sandler finisce letteralmente cut a ripetizione, malmenato, ferito, minacciato e umiliato in qualunque situazione: il suo rifugio è allora nelle camere anecoiche di cui erige e difende i confini blindati, la strepitosa trovata ritornante e risolutiva dell’anticamera di sicurezza della porta di vetro infrangibile del suo loculo di banco dei pegni, che replica al nascondiglio privato dell’armadio socchiuso dietro il quale il protagonista imbastisce la chat erotica con l’amante. (segue)


New York Stories
Come in High Flying Bird (sempre Netflix…), il basket è visto solo attraverso i monitor e i video dei telefoni, e ancora come in Soderbergh la sfida lanciata allo spettatore è quella di processare il surplus di informazioni in modo da trovare la puntata giusta su cui scommettere: se tutti si parlano addosso e ogni elemento del film sembra cospirare per travolgere e soverchiare il nostro protagonista, allora non resta che aggrapparci ancora una volta (e dunque per un altro decennio almeno?) al potere attrattivo delle storie (quante ce ne sono sottotraccia in tutto Uncut Gems, in tutta la sua pazzesca galleria di figure umane?). Figli dei nostri tempi, i Safdie questo però lo sapevano già da quando scoprirono il romanzo mai pubblicato di Arielle Holmes per il loro film del 2014, o da quando Good Time si prendeva tutto il tempo per il folle racconto di Ray, l’uomo scambiato in ospedale per il fratello del protagonista Connie. Sono storie sepolte sotto le spesse campiture dei loro panel, stavolta fortunatamente quasi sempre tenuti a bada (merito di Darius Khondji, che prende il posto dell’abituale Sean Price Williams?), e sotto i rumorosissimi disturbi sonori dei loro field recordings urbani. Ma nel profondo di questi cuori blindati da roccia etiope la magia dell’opale nero che ci ostiniamo a definire cinema sembra irradiare, almeno per una volta ancora, tutta la sua forza fino ai nostri occhi dispersi. (…segue?)

Titolo originale: Uncut Gems
Regia: Josh e Benny Safdie
Interpreti: Adam Sandler, Lakeith Stanfield, Julia Fox, Kevin Garnett, Idina Menzel, Eric Bogosian, Judd Hirsch
Distribuzione: Netflix
Durata: 135′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.64 (14 voti)