Vangelo secondo Maria, di Paolo Zucca

Malgrado l’intrigante idea di base, spreca il potenziale sovversivo in una narrazione debole e plasticosa, fin troppo ancorata alla dimensione set e mai realmente sferzante. #TFF41 Fuori Concorso

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“Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l’immagine, stinse il colore,
ma l’eco lontana di brevi parole
ripeteva d’un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era
– Lo chiameranno figlio di Dio –
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre”.

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Risuonano stonati i versi di De André. Quasi estranei, quasi raccontassero una storia diversa, un universo altro. Risuonano stonati, teologicamente paralleli al nuovo film del regista Paolo Zucca (L’arbitro, L’uomo che comprò la luna), a quel sogno che diviene incubo nel tentativo di rileggere in maniera provocatoria il più casto e puro tra i racconti cristiani. D’altro canto Vangelo secondo Maria è questo: rilettura del Verbo. Sovrascrittura per immagini di una “mitologia” nota e pluralmente rappresentata, oggi ricomposta dallo sguardo del cineasta.
Tratta dall’omonimo romanzo di Barbara Alberti, l’opera di Zucca è dunque, innanzitutto, un tentativo di ribaltamento del canone. E la Maria di Benedetta Porcaroli, oltremodo distante dalla figura silenziosa e devota descritta nelle sacre scritture, è ragazza ribelle e curiosa, affascinata dalla conoscenza che la società le vuole precludere e costantemente in fuga dal ruolo di sposa che i genitori tentano di affibbiarle.
Incompresa, derisa e oggetto di violenza, Maria diviene così emblema proto-femminista all’interno di un mondo che ne rifiuta e mortifica ogni afflato. Fino a quando l’incontro con il saggio Giuseppe segna un deciso turning point nella vita di entrambi.
Vangelo secondo Maria è un vero e proprio peccato. Non in termini di colpa, sia chiaro, bensì un’occasione sprecata. Riflesso sbiadito di un concept di partenza dal notevole valore politico, filosofico e narrativo.
Forte di un’idea di base intrigante e divisiva, Zucca avrebbe infatti potuto imbastire un progetto dal carattere scomodo e sovversivo, giocando sulla proverbiale intoccabilità della figura mariana per elaborare uno sferzante dibattito sui temi di libera scelta e predestinazione. Ma il pensiero autoriale di scrittrice e cineasta, più volte esplicitato da frasi-slogan nel corso della narrazione – “mi vestirò da maschio” – rimane purtroppo su carta.
Rifuggita a chiare lettere la religiosità immaginifica di Zeffirelli e abbracciata piuttosto la linea politica di Nicchiarelli (Chiara), il regista imposta insomma una narrazione dai toni paradossalmente deboli che, fin troppo ancorata alla dimensione set, restituisce più che altro una generale sensazione di plasticosità scenografica, recitativa e perfino tematica.
Così che Maria – più simile alla versione live action di una Mulan in salsa cattolica – diviene interprete di un “rifiuto” che, lungi dal suscitare positivo sdegno, si configura come il semplice preludio al Getsemani di Cristo. Un mesto ritorno alla sorgente da cui Zucca tenta invano di distaccarsi. Senza però mai riuscirci del tutto.
La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2
Sending
Il voto dei lettori
4.17 (6 voti)
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